Nove secondi

Uno.
Tutti hanno un sogno nella vita. Il mio è nero metallizzato, ha una M sulla griglia del radiatore e costa 57.500 euro. Firmo cinquantadue pesantissime rate. Scosti i capelli dal viso e mi sostieni con la carezza della voce: «Vedi che i sogni possono diventare realtà?». Un angelo. I nostri sacrifici per quel sogno soltanto mio.

Due.
La Via Vertigine del Monte Brento la conosco, l’ho scalata due volte. Al bivio noi scalatori svoltiamo a destra per partire da sotto e i paracadutisti del Base Jumping salgono a sinistra fino al Becco dell’Aquila per saltare.

Tre.
Bambini, papà domenica vi porta al mare con la macchina nuova. Portiamo poche cose che ha poco bagagliaio. Sei bellissima con questo vestito, ti amo. Sono felice. Anch’io. Sorridi.

Quattro.
ABS. Controllo stabilità e trazione. ESP. Dinamic Drive. E’ impossibile sbandare, nemmeno se vuoi. Senti come ti attacca al sedile se schiaccio un po’. Luca e Marco ridono: «una figata, papà!».

Cinque.
Di chi era quella canzone? Forse Ivano Fossati. Dietro a una curva, improvvisamente, il mare. Siamo gente di pianura e quel curvone è un groppo in gola, te lo sogni di notte. Giornata perfetta, aspetto solo di percorrerlo con il mare che brilla. In un attimo siamo lì. Guidare è un orgasmo, penso.

Sei.
Il Becco dell’Aquila è un luogo mistico. Il vecchio Bepi dice che ti fa guardare dentro, ti mette a nudo. Bepi ha cinquant’anni, fisico tozzo ma asciuttissimo. Un mito per i Jumpers. Mi diceva che il paracadute lo apre dopo sei secondi esatti. Se non si apre, altri tre secondi e ti schianti sullo zoccolo.

Sette.
Domenica mattina. La Milano-Genova digrada verso il mare. Duecentodieci all’ora e non ti sembra. La M sul radiatore stermina moscerini. Sorrido. Fantastica.
Poi, Dietro a una curva, improvvisamente… coda ferma, tutte le corsie. Piede sul freno. Una scossa elettrica percorre i nervi. Anna. Marco. Luca. Io.

Otto.
Nessun dispositivo elettronico riesce a fermare una berlina a 210 all’ora in meno di cento metri. Impossibile. E sei airbag non servono a niente contro le barre d’acciaio del telaio di un camion che penetrano nell’abitacolo attraverso il parabrezza. Il sapore caldo del sangue. Odore di benzina e ferro bruciato. Perché io sono vivo? Le voci, i poliziotti: «la traccia sull’asfalto inizia qui, è lunghissima, andava almeno a 200 all’ora, avrà frenato per otto, nove secondi». Nove secondi. Infiniti.
Senza paracadute dal Becco dell’Aquila allo zoccolo sono nove secondi. Esatti.

Nove.​

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Smarrimenti

Ecco, vedi, che mi viene
questa cosa dentro, la sera
che rode, si rivolta e non concede
quiete?
Forse è per qualcosa che ho
perso da bambino
e non so più dove è finita.
Se mi aiuti chissà che venga
fuori, un giorno, chi può dirlo:
magari sotto il letto.

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Tirano la corda

Immagine

Una volta è successo che quelli sopra facevano così, dicevano certe minchiate, e se veniva la siccità o la grandine, dicevano metà grano per me e metà per voi braccianti, ma siccome c’è stata la siccità o la grandine, io mi prendo la mia metà e voi un cazzo, la fame, che tanto siete miserabili e in qualche modo vi arrangerete. E poi è successo che quelli sotto si sono rotti il cazzo, e hanno semplicemente diviso quelli sopra dalle loro teste. Una cosa proprio d’effetto: li mettevano lì su un palco di assi, e madama ghigliottina faceva il resto. Teste cotonate che rotolavano giù, e colli pallidi che sprizzavano sangue rosso, rossissimo , uguale uguale a quello dei poveracci. Una volta è successo, e chissà che un giorno non succeda ancora. Occhio.

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Tropical

(racconto breve)

Mi guardo le unghie. Non lo facevo da molto tempo. Sono nere, veramente luride. Un tempo me ne sarei preoccupato, avrei affrontato la cosa con un profondo senso di vergogna. Oggi mi guardo le unghie e vedo solo unghie nere, nient’altro. Nessuna sensazione. Continua a leggere

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Tecnosolitudine

E in fondo pensare che sia
facile, diritto genetico acquisito, dono
automatico e diversamente niente.
E invece quello che conta è sbandierare
il cuore, e accusare bene il colpo
e il male all’anima, e il coraggio.
Importa proprio adesso
che allettanti scorciatoie rubano
tutto il buono del dolore.

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Se vuoi

Se vuoi compiacermi, donami del tempo. Se vuoi che io t’ascolti, resta in silenzio.

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La mia opinione differenziata sugli inceneritori

Ma voi che – senz’altro in buona fede – vi ritenete ecologisti e osteggiate gli inceneritori – avete mai seguito il viaggio di 1kg di plastica o carta differenziata, dal punto di raccolta alla effettiva trasformazione in un prodotto di consumo? Se lo aveste fatto vi sareste resi conto che si arriva a bruciare una cosa tipo un litro di gasolio (o di gasolio e carbone combinati) per riciclare un solo kg di rifiuto differenziato. E vi sareste resi conto che questo assurdo processo ha un bilancio energetico assolutamente negativo, con emissioni di c02 e di altri inquinanti nel complesso maggiore di quelle che ha un inceneritore. Il processo comprende trasporti su gomma per diverse centinaia di km, enormi presse da molti kw generati spesso generati col carbone, prodotti chimici sbiancanti altamente inquinanti, caldaie per lo scioglimento, spesso a gasolio o olio denso, trituratori elettici… Insomma, tutto questo dispendio energetico (inquinante) per produrre una materia prima ricilata antieconomica che può essere rivenduta e trasformata in prodotti di consumo (a costo di un altro gravoso dispendio energetico) solo se si finanzia il processo con soldi pubblici (sottratti ad esempio a investimenti per rendere meno inquinanti le centrali di produzione di energia elettrica).
Il bilancio energetico di un inceneritore moderno è invece neutro , se non positivo: si recupera pienamente l’energia inquinante usata per trasportare i RSU dalla città all’inceneritore con l’energia prodotta, mentre i moderni filtri consentono emissioni accettabili (minori nel complesso di quelle generate da tutto il processo di trasporto e trasfomazione del riciclato).

Il problema dell’Italia non è l’impatto degli inceneritori, che sono una soluzione ecologica e razionale (la Germania – che ha una coscienza ecologica ben più radicata della nostra ed è sicuramente una nazione molto pragmatica – ci sono molti inceneritori in funzione): il nostro vero problema è la “marmellata edilizia”, ovvero il fatto che – a seguito della scellerata pratica dei condoni edilizi – ormai ci sono abitazioni private praticamente ovunque. Ne deriva che la costruzione di un normalissimo inceneritore (o termovalorizzatore che dir si voglia) è sempre comunque un fatto politico-sociale eclatante e una fonte di tensione con chi abita nei paraggi dell’area individuata. “Non nel mio cortile” è una pretesa comprensibile da parte dei cittadini. Ma il vero problema è che qui in Italia ormai ovunque è il cortile di qualcuno.

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