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Mi hai chiesto

Mi hai chiesto solamente
di starmene tranquillo
nell’hinterland dell’essere;
come niente, come a dire
muori piano, per favore.

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Un po’ come ritornare

Finalmente il giorno è chiaro
eppure infermo
(mi tremano le gambe
come in prima elementare
con lo zaino troppo grosso
rispetto all’ossatura).
E rivedo tutto dall’inizio
– che fatica! –
eppure questa gioia traballante
è un gioco che mi prende,
insomma è quella cosa,
altrimenti detta vita, che io
– stupidamente –
liquidavo per scontata.

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Rinchiuso in una scatola da scarpe alla quale ho praticato dei fori

E pensare poi che adesso sta arrivando
la bella stagione
(quella che la chiamano così
perché c’è quasi sempre il sole)
ma scivolo-affondo nella pozza dei rimpianti,
di mal’aria e sanguisughe organizzate, nugoli
di stelle morte o evanescenti.
E le zanzare.

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Smarrimenti

Ecco, vedi, che mi viene
questa cosa dentro, la sera
che rode, si rivolta e non concede
quiete?
Forse è per qualcosa che ho
perso da bambino
e non so più dove è finita.
Se mi aiuti chissà che venga
fuori, un giorno, chi può dirlo:
magari sotto il letto.

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Tecnosolitudine

E in fondo pensare che sia
facile, diritto genetico acquisito, dono
automatico e diversamente niente.
E invece quello che conta è sbandierare
il cuore, e accusare bene il colpo
e il male all’anima, e il coraggio.
Importa proprio adesso
che allettanti scorciatoie rubano
tutto il buono del dolore.

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Nel giorno della memoria

(Scritta tempo fa, nel giorno della memoria, appunto.)

Forse, a ben guardare,
non è l’impeto criminale
di chi porta certe idee:
la colpa è dei gregari,
delle pecore feroci,
dei prati di mandibole aggiogate
alla pigrizia cerebrale e pronte
a delegare ad altri
anche l’onere di pensare.
È su questa gente – sempre –
che occorre vigilare.

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A Nerina

M’avesse preso la tisi, Nerina
 al posto del tuo amore
 quel male bianco, faticante
 e non quest’altro rosso sangue
 che mi brucia l’anima e invoca
 in sonno come in veglia
 di farmi ritornare.
 Sai che quando infoca la battaglia
 (alla baionetta, Nerina – tu sapessi –
 siamo come le messi al tempo di falciare!)
 io mi tengo vivo e fuggo il colpo
 mi batto, colpisco e sopravvivo
 e al tempo stesso vorrei farmi
 tomba di ciò che duole in petto
 di questo bene che sento vanamente.
 E non m’illudo, Nerina, non m’illudo!
 ché semmai tornassi vivo, riavuto
 dalle limacciose fosse nere
 potrei trovarti sposa a un altro e forse
 madre di figli non miei.
 E a quell’ora sì, davvero,
 morirei. morirei. morirei.

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