Anche il Mare Nostro ogni tanto s’arrabbia

 

Enzo

Trent’anni. Sono passati trent’anni. E che futuro avrei avuto in Calabria? Non mi riesce di immaginare niente. Anche perché, a pensarci bene, mica ce l’ho avuto il tempo di ragionare. Ero nell’Arma, di leva, un ragazzino. Poi saltò fuori quella cosa del trasferimento al Nord, in un paesino di mare, a più di mille chilometri da casa.

Capii subito che il mio parere contava come il due di bastoni con briscola a coppe.

– E che, vuoi rifiutare un’occasione accussì? Tutti gli amici tuoi un braccio si taglierebbero per un lavoro sicuro al Nord. – sentenziò mammà.
E mio padre che annuiva, giocando a pulirsi le unghie (come vi fosse speranza che tornassero bianche) con il suo coltellino da innesti, mentre i miei fratelli facevano una faccia come a dire se mi capitava a me neanche un minuto ci pensavo.

Però accettare avrebbe avuto dei lati positivi, tipo mettere mille chilometri tra me e le sberle sulla nuca di mio padre, perché a diciannove anni prenderle ancora come uno di dodici non è una cosa che ti faccia sentire un Dio in terra, eh.
Ma io Rosina non la volevo lasciare. Così le parlai, e lei mi disse con te anche al Polo Nord, dove vai tu vado pure io, e mi baciò così forte che mi vennero le lacrime agli occhi.
Il giorno dopo parlai con mio padre, e il giorno dopo ancora, davanti a un piatto di pasta con le sarde, lui si pulì la bocca con il dorso della mano e sparò le sue parole.
– Al Nord insieme non ho niente in contrario che ci andate, tu e Rosina. Anche suo padre e i suoi fratelli dicono che si può fare. Però vi sposate subito, e non ci pensiamo più, che l’età ce l’avete ormai.
Fu così che il nostro viaggio di nozze fu anche il nostro viaggio di emigranti. Però non prendemmo il treno, perché avevamo la Centoventotto Sport rossa, con una striscia giallo oro sulla fiancata e le gomme larghe. Bellissima. Era il regalo di mio fratello Giuseppe, anzi, il prestito, perché se la sarebbe venuta a riprendere col treno finito il viaggio di nozze, stabilito in due settimane.

Io comunque a mio fratello sono stato sempre grato, perché lo sapevo quanto ci teneva, lui, alla sua Centoventotto Sport.

Una mareggiata eccezionale

Per Enzo Talarico, comandante della locale caserma dei Carabinieri, fare una passeggiata sulla spiaggia la mattina presto era un’abitudine quasi quotidiana. Spesso, guardando l’orizzonte, si era sorpreso a pensare che quel mare, in fondo, era lo stesso mare della sua Calabria, il Mare Nostro, come lo chiamavano gli antichi.  Quella però non era una mattina come le altre. Da tre giorni imperversava una tempesta eccezionale. Lo scirocco aveva soffiato senza sosta, gonfiando il mare, facendolo avanzare non solo con le onde, ma con tutto sé stesso fino a farlo sembrare un gigante minaccioso.

In quel momento il sole provava a guadagnare terreno sulle nuvole nerastre. Il mare, però, era ancora in subbuglio.

– Ha visto che roba, Maresciallo? Non vedevo una mareggiata così da almeno vent’anni.

La piccola merceria era un singolare angolo di atmosfera prebellica (e quindi pre-ondata turistica) del lungomare. L’anziana proprietaria parlava senza neppure guardarlo: era troppo presa dal compito di togliere i sacchetti di sabbia che aveva messo davanti alla porta del negozio.

– Eh, signora mia, anche il Mare Nostro ogni tanto s’inc… s’arrabbia signora, s’arrabbia pure lui. – fece il carabiniere, continuando a camminare.

Il lungomare era un campo di battaglia: era ricoperto di sabbia, foglie morte, rami, alghe e di un’indefinita poltiglia biancastra.
Ma l’attenzione del maresciallo fu attirata da un’altra cosa: c’era un folto capannello di persone, più avanti, vicino al Bastione. Lì il mare doveva averla fatta grossa.

Accelerò il passo, fino a corricchiare. Era in momenti come quello che amava essere un Carabiniere.

– Oh, finalmente! Ce ne avete messo di tempo a venire!

A parlare per primo era stato un tipo tarchiato, vestito con una tuta da ginnastica sformata e un berretto da sciatore.

– Sarà mezz’ora che abbiamo chiamato, qui non veniva nessuno! Abbiamo chiamato tutti: ambulanza, Carabinieri, Polizia, Pompieri…

– Non ci faccia caso – disse un tipo segaligno che gli sembrò una faccia conosciuta  – sono passati dieci minuti, forse meno. Qui sono tutti in ansia, c’è il morto! Anzi, la morta. Venga, deve vedere subito con i suoi occhi!

In quel momento si udì un concerto di sirene. Voltandosi verso la piccola via perpendicolare a quel tratto di spiaggia, potè notare lo spiegamento di forze che stava sopraggiungendo: due ambulanze, due gazzelle dei Carabinieri, due volanti della Polizia, un’auto della Guardia Forestale, un carro funebre con la scritta “Pompe Funebri La Pietra” e una Campagnola dei Pompieri.

– Bene. Direi che ci siamo tutti. Fatemi vedere.

– Venga, maresciallo, guardi! Il mare ha portato il corpo di questa donna, chissà chi è. Anzi, chissà chi era… Venga!

Nella confusione generale non riusciva più a riconoscere la provenienza di ogni voce: il vociare generava un rumore simile a quello della burrasca che aveva tormentato Alassio in quei tre giorni. Il corpo era disteso sulla sabbia, coperto solo di pochi brandelli di vestiti fradici. Una ragazza intorno ai venticinque anni, mora, tipo mediterraneo. La pelle bianchissima, gelatinosa, era velata di sfumature blu; un gonfiore innaturale pervadeva il corpo. Il maresciallo Talarico non aveva mai visto nulla di simile. Quando il suo sguardo si posò sugli occhi glauchi e attoniti della ragazza dovette trattenere un conato di vomito.

– Di Franco, mannaggia a voi, siete arrivati finalmente!

– Marescià, ma noi abbiamo fatto in un momento… Ci hanno chiamati cinque minuti fa!

– Va bene, vedete di allontanare tutta ’sta gente, fateli stare almeno a dieci metri, forza. E mandami qui quel cretino di Piras, che cazzo fa lì impalato?

Il Carabiniere scelto Giovanni Piras era pietrificato. La voce del superiore lo fece sussultare.

– Eccomi marescià, sono qui, comandi!

– Ci vuole il magistrato, Piras. Bisogna disporre gli esami, il riconoscimento, serve il medico legale. Vedi chi troviamo, veloce. Secondo me è un incidente, magari era ubriaca. Con il mare che c’era in questi giorni annegava pure uno sano, figurati una ragazzetta drogata.

– Magari l’ha spinta qualcuno. Magari è omicidio, chi può dirlo…

– Piras, già ti metti a fare il Tenente Colombo della situazione, eccheccazzo. Cercami il magistrato e niente congetture, che vedi troppi telefilm.

Estratti dal Referto di Medicina Legale, Genova, 20 novembre 2014

Esame del corpo di sesso femminile ritrovato in Alassio (SV) il giorno 18 novembre 2014. […] L’età è stimabile tra i 23 e i 27 anni. Il tempo di permanenza in acqua, visti la modesta ritenzione idrica dei tessuti è stato presumibilmente di 24/26 ore. […] Il corpo presenta una lesione alla zona occipitale del cranio, con emorragia cerebrale poco estesa, non tale da farla ritenere causa della morte. […] con ragionevole probabilità, il trauma cranico è avvenuto precedentemente alla caduta in acqua.

[…] In conclusione, dall’esame si evince che il decesso è sopraggiunto per anossia conseguente all’ingestione di acqua marina. Tuttavia, l’analisi della presenza di fungo schiumoso nelle vie aeree e di diatomee negli organi del grande circolo, fa propendere per l’ipotesi che la morte per annegamento sia avvenuta mentre il soggetto si trovava in stato di incoscienza, presumibilmente dovuto al trauma subìto alla base posteriore del cranio mediante un corpo contundente.

Marco

L’utente chiamato non è al momento raggiungibile… Dove cazzo sei adesso? È tutta la notte che ti cerco. Fai sempre così, tu e la tua fissa di venire al mare. E poi tutte le volte che ci veniamo litighiamo. Sempre la stessa storia: litighiamo e scappi, fai l’offesa. Ma di solito il cellulare non lo spegni, anzi, messaggiamo di brutto, ci prendiamo a parole via Whatsapp… Scema che non sei altro, stavolta stai esagerando, Lauretta.

Io è la volta che ti lascio, sai, che me ne frega. Tu e la tua fissa di venire al mare, a Novembre. Cosa ci vieni a fare al mare a buttare via duecento euro per due giorni? Ti pare che navighiamo nell’oro? A fine mese ci arriviamo appesi, e tu lo sai. E poi abbiamo preso due giorni di diluvio, lo dicevano anche le previsioni del tempo, ma tu niente, volevi il mare. Fanculo tu e il tuo mare. Io me ne torno a Torino. Prendo il treno delle quattordici e trenta. Ma cosa parlo a fare che parlo da solo e tu non ci sei. Resta pure al tuo mare, se ti piace tanto. Io vado.

Come in un telefilm

– Marescià, l’abbiamo trovato. Era a Torino. Lo portiamo subito dal magistrato per l’incriminazione?

– Piras, te l’ho già detto che guardi troppi telefilm. Fammelo portare qui che formalizziamo il fermo e gli faccio quattro domande.

Un’ora più tardi Marco, il giovane convivente di Laura Tommasetti, la donna ritrovata senza vita sul litorale, era nell’ufficio del maresciallo Enzo Talarico.

­– Prego, si sieda. – disse perentorio il maresciallo rivolto a quell’agglomerato di piercing e tatuaggi che rispondeva al nome di Marco Giannicola, di anni ventisette.

­– Senta, io Laura l’ho cercata dappertutto, non mi rispondeva al cellulare, era sparita. Avevamo litigato, succedeva spesso, lei faceva così, scappava via. Mi creda! La prego! Non starete pensando che l’ho annegata io! Io le volevo bene, stavamo insieme da otto anni, volevamo sposarci!

Mentre parlava il ragazzo sembrava percorso da fremiti. Era visibilmente fuori di sé.

– Senta, Marco, questo è il suo telefono, giusto?

– Sì.

– Si ricorda cosa dice l’ultimo messaggio che ha inviato alla sua fidanzata?

– Ma ero arrabbiato, non la trovavo… io… io…

– Glielo dico io cosa dice. Dice: “Vaffanculo Laura appena ti trovo ti ci annego nel mare.”

– Ma… Io… Litigavamo… Io non…

– Marco, il messaggio è già una cosa grossa, si rende conto? E poi c’è questa. Era nel suo giubbotto.

Mentre parlava aveva aperto il cassetto della scrivania estraendone una pistola di acciaio grigio chiusa in una busta di plastica trasparente. Posò l’arma sulla scrivania, continuando a fissare Marco dritto negli occhi.

– Ma è una scacciacani! – si giustificò il ragazzo.

– Sì, ma il calcio è duro e pesante come quello di una pistola vera. La lesione alla base del cranio di Laura è perfettamente compatibile con il calcio di questa pistola. Ti conviene confessare, ti danno le attenuanti. La scientifica troverà altre prove, è inutile continuare a negare, dammi retta.

Il ragazzo era ammutolito.  Una paura totale e cupa si era impossessata delle terminazioni nervose. Le parole che si agitavano nella sua mente si strozzavano in gola. Il Giudice per le Indagini Preliminari fu sbrigativo: un caso piuttosto semplice.
Saltò fuori anche una storia di tradimenti di Laura, ossessionata dagli uomini in divisa, ai quali non sapeva resistere. Marco andava su tutte le furie, e spesso l’aveva minacciava di morte; c’erano testimoni. Il caso era chiuso, il processo sarebbe stato una formalità.

Enzo (epilogo)

Lo sapevo che eri ancora incazzato nero. Hai ricominciato, eh, Mare Nostro? Sono venuto a parlarti, sono venuto qui sul molo, davanti alla ringhiera, proprio come quella notte. Maledetta notte di tempesta! Il ricordo mi spacca il cuore come una mannaia su un melone maturo.

Ho fatto finta che non fosse mai successo, ho provato a cancellare la memoria e a riprendere la vita normale. Ma adesso devo ricordare. Saranno state le due, anche le due e mezza. Sono passato sul lungomare con la macchina privata, ma ero ancora in divisa. Lei è saltata fuori all’improvviso. Sbucava da un vicolo barcollando, appoggiandosi ogni tanto al muro per non cadere. Chiaramente era ubriaca o fatta di qualcosa, o tutte e due le cose.

Era fradicia, il trucco sfatto le colava dagli occhi, la camicetta bagnata le si appiccicava addosso.

– Signorina, dove va a quest’ora sotto la pioggia? Si sente bene? Salga, la porto a casa, non abbia paura, non la arresto.

Quella mi guardava così, tutta stranita. Non diceva una parola, stava immobile a fissarmi. Quando sono sceso dalla macchina per aiutarla mi ha messo le braccia al collo.  L’ho messa di peso sul sedile anteriore, al mio fianco. Volevo ripartire subito, l’avrei portata al pronto soccorso, a quel punto. Ma lei ha vacillato, si è avvinghiata a me ed è caduta con la testa in mezzo alle mie gambe. Io guardavo avanti tra i tergicristalli impazziti e non riuscivo a partire: me ne stavo immobile a sentire il tepore della sua guancia sul mio inguine.

Poco dopo, come fosse la cosa più normale del mondo, ha iniziato a sbottonarmi i pantaloni. Sono restato fermo. L’ho lasciata fare, non avevo un pensiero che fosse uno: la testa vuota, completamente. Così l’ha fatto. Saranno stati cinque minuti, ma interminabili.

Poi di colpo è scesa. Rideva come una pazza e correva verso il molo. Aggrappata alla ringhiera, urlava e rideva ripetendo il mio nome: Enzo! Enzo! Perché le avevo detto il mio nome?   Una mano sulla bocca, le ho messo, e lei mordeva, non forte, giocava. Ma io c’ho moglie, c’ho la mia Rosina. Lei non lo sapeva com’è la mia Rosina, che è la mia donna, da sempre.

Mi era venuta voglia di sparare, così la piantava. Avevo già la pistola pronta, senza sicura. Lo sparo però si sarebbe sentito, allora ho colpito con il calcio sulla nuca. Forte. Ha fatto un rumore sordo. Non era morta, la sentivo respirare. Ma volevo farla finita subito, volevo che tornasse nel buio da dove era venuta, per sempre. Spingerla giù è stato un attimo. Le onde hanno fatto il resto.

Due giorni dopo, Mare Nostro, me l’hai restituita. Perché il destino è destino, non si scappa. Questo mi volevi dire, vero? E va bene, hai vinto tu. Me lo hai fatto capire fin troppo chiaramente. Stavolta il colpo si potrà anche sentire, non me ne frega niente. Mi metto qui, oltre il parapetto; cadrò in avanti, di sicuro. Arrivo, Mare Nostro, adesso tocca a me, quello che è giusto è giusto.
Spero solo che cambi il vento, che si metta a soffiare verso sud.

Steve, il maestro dei sogni

Questo mio articolo è stato pubblicato qualche anno fa in appendice all’antologia “256k” di Braviautori.it . Credevo di averlo già postato qui, ma non c’era ancora, quindi lo pubblico adesso con mostruoso ritardo. Non mi sento di consigliare l’antologia: a me non sono piaciuti né l’impaginazione né tantomeno la selezione dei racconti, quindi non sarebbe proprio giusto chiamarlo un onore. Comunque, se qualcuno vuole prendersi la briga di leggere e dirmi che ne pensa…

steve

Steve, il maestro dei sogni

Steve Jobs è morto. Quando il male contro cui da anni combatteva la sua battaglia più dura l’ha portato via con sé, la mela morsicata era all’apice del successo, circondata da un esercito di clienti-adepti che pendevano dalle sue labbra.
Nel processo di santificazione mediatica seguito alla sua morte le considerazioni sulla sua genialità si sono sprecate. Nonostante i meriti di Jobs siano innegabili, definirlo “geniale” è impreciso e in qualche modo riduttivo: il mondo è pieno zeppo di uomini geniali, una grande quantità di persone ha, ogni giorno, straordinarie e rivoluzionarie idee assolutamente degne di considerazione. Cosa rende le persone come lui diverse dagli altri? Non certo il genio, o l’inventiva: ci sono migliaia di geni pieni di inventiva che dormono su un cartone in metropolitana.
No, Steve Jobs non era più geniale di tanti altri. Ad esempio molti credono che Apple abbia commercializzato il primo computer con mouse e grafica a finestre, ma non è così: il primato è della Xerox, ma questo non cambia le cose.
E’ come discutere se la scoperta dell’America sia merito di Paolo dal Pozzo Toscanelli (l’astronomo e cartografo che per primo ipotizzò una rotta a Ovest per le Indie) o di Colombo. Chi ha il merito più grande? Chi ha idee e intuizioni o chi, credendoci profondamente, le porta alle estreme e definitive conseguenze senza scendere a compromessi? Lo Xerox “Star” era un computer rivoluzionario ma non fece alcuna rivoluzione. La rivoluzione la fece l’Apple Macintosh.
E di certo non fu Steve Jobs ad inventare il touch-screen: il merito della Apple fu semplicemente quello di produrre il telefono cellulare che tutti volevano senza aver mai prodotto un telefono prima.

Steve Jobs è stato buono o cattivo? Uno spietato capitalista o un profeta che elargisce bellezza e comodità d’uso agli utenti di elettronica di consumo? La domanda non ha alcun senso. Jobs è stato, innanzi tutto, uno straordinario prototipo di sognatore. Quel tipo di sognatore indefesso che l’umanità ben conosce, anche perché, senza l’apporto di questo tipo di intelligenze, sarebbe ancora ferma al palo dell’età della pietra.

Non accettare compromessi tra il sogno che prende forma nella mente e la sua trasposizione nella realtà della produzione, ecco dove sta la differenza; basta guardare attentamente un prodotto Apple per capirlo. I laboratori di ricerca delle maggiori aziende di elettronica di consumo sono pieni di prototipi straordinari che giungeranno al consumatore finale stravolti dai compromessi sui costi, sui materiali, e su altre centinaia di fattori. Steve Jobs, invece, non vendeva semplici prodotti: vendeva sogni fatti realtà. Per questo gli bastava apparire in uno dei suoi “keynote” per ottenere un risultato di marketing colossale: il miglior venditore del mondo è colui che crede sinceramente, totalmente e senza esitazioni nel suo prodotto. E un sognatore che è riuscito a trasformare, senza compromessi, i suoi sogni e le sue visioni in realtà è , automaticamente, il miglior venditore del mondo.

La lezione di Steve Jobs è fondamentale: credete nei vostri sogni. Non accettate compromessi. Cercate, quanto più possibile, di renderli reali esattamente come figurano nella vostra immaginazione. Un prodotto Apple non è un normale prodotto di consumo: è un sogno sceso sulla terra con pochissime modifiche rispetto alla versione onirica originale.

Ecco la storia di Steve: né buono né cattivo. Né geniale benefattore né cinico miliardario. Semplicemente uno di quei rari esempi di sognatore indefesso e allo stesso tempo dotato di straordinario senso pratico che hanno fatto la storia del mondo. Sono due doti che di rado vanno assieme: Cristoforo Colombo sognava le Indie guardando l’orizzonte sconosciuto di una rotta solo immaginata. Però, oltre ad essere bravissimo a sognare, sapeva molto bene navigare.
Steve Jobs non è stato un santo, ma il suo esempio è d’aiuto per tutti: ha dimostrato che i sogni possono diventare realtà proprio così come li abbiamo concepiti. Però nostri sogni non diventeranno realtà solo perché sono belli, geniali e noi ci crediamo fermamente: i nostri sogni hanno bisogno delle nostre capacità, del nostro lavoro, della nostra determinazione e di un pizzico di fondamentalismo perché non vengano stravolti dai compromessi.

Oggi Steve Jobs, l’uomo che era maestro nel realizzare le sue visioni, sicuramente riposa in pace. Ha certamente lasciato questo mondo nella serena consapevolezza di non aver vissuto inutilmente. Non è forse questa l’aspirazione di tutti?

Casadio Marino, medaglia d’oro

Ha detto il Capitano che serve un coraggioso. Faceva prima a dire un pazzo. Ha detto: «serve un volontario per una missione di vitale importanza, per la battaglia, per la guerra e per la patria!» , e prima di dirlo si è schiarito la voce. Non c’era niente da schiarire nella sua voce, io lo so. Ha fatto quel grugnito col pugno davanti alla bocca, gonfiando il petto e raschiandosi la trachea, solo per darsi un mezzo contegno, perché non è facile essere marziale con la merda nei pantaloni e i pidocchi panciuti che ti festeggiano in testa.
Ha detto che serve un coraggioso, ma faceva prima a dire Marino, vieni tu. Lo vedevo che mi guardavano già tutti, di sottecchi, come i ladri: Marino, a te che ti costa. Matto lo sei sempre stato, almeno stavolta farai il matto per qualcosa, scommetto che pensavano.
Io è vero, matto lo sono sempre stato, ci sono nato con il bernoccolo dei matti. Però non sono più matto come prima: ho diciassette anni, sono dodici mesi al fronte, sono un matto diverso.
Un anno fa l’avrei fatto ridendo. Avrei detto: «Capità, ci va Marino in missiò! Che ci vo’?» e sarei corso in mezzo alle granate, saltellando sulle mine, rispondendo col fischio alle grida delle schegge. Ci vado. Certo che ci vado. E chi ci deve andare? Marino ci va in missiò, Capitano, eccomi pronto a servire la Patria, comandi. Però ci vado diverso, perché sono un matto nuovo, adesso.
Sono un matto che sa che la guerra poi finisce, e siamo tutti allegri, e beviamo e pensiamo alle donne. E si torna a casa, chi una casa ce l’ha. Io c’ho solo l’istituto, e quelle cornacchie di suore. La festa la faccio con loro? O con i miei compagni orfani e matti come me che ci pigliamo a sassate?
Se mi salvo dalla guerra, mica mi salvo dalla vita mia. Va a finire che dopo una fatica ne comincia un’altra peggio. Almeno qui per tutti sono Marino, Marino il matto. E mi dicono «Bravo Marino, tu sì che c’hai il coraggio!» e io sono contento.
E allora questo matto la missione la fa, Capitano. Che è meglio un giorno da leone, come si dice… insomma: eccomi qua. Comandi!
«Bravo Marino! Guardate tutti questo ragazzo: non ha ancora la barba ed è già più uomo di tutti voi!»
Il Capitano ha detto che si tratta di andare stanotte di là, oltre la maledetta collina, dove c’è la strada statale che porta al paese. Devo consegnare il messaggio. Tornare. Sparire. Vivere. Morire. Non posso nemmeno fare finta di essere un cinghiale, che il nemico crepa di fame e mi spara il doppio.
Ma io il cinghiale non lo faccio. E nemmeno il coniglio. Faccio Marino, io, ecco. E se mi sparano, se mi prende la granata, faccio Marino morto. Pazienza.
Comunque vada a finire, vivo o morto, per tutti sarò Marino, l’eroe coraggioso. Ma io lo so che non è vero: non sono più coraggioso di voi, sono solo più stanco. Voi la guerra la fate da un anno, e siete stanchi che vi viene da piangere. Io la faccio da diciassette, la mia guerra, e ormai non piango più.
Marino è pronto, Capità. Viva l’Italia.​

Nove secondi

Uno.
Tutti hanno un sogno nella vita. Il mio è nero metallizzato, ha una M sulla griglia del radiatore e costa 57.500 euro. Firmo cinquantadue pesantissime rate. Scosti i capelli dal viso e mi sostieni con la carezza della voce: «Vedi che i sogni possono diventare realtà?». Un angelo. I nostri sacrifici per quel sogno soltanto mio.

Due.
La Via Vertigine del Monte Brento la conosco, l’ho scalata due volte. Al bivio noi scalatori svoltiamo a destra per partire da sotto e i paracadutisti del Base Jumping salgono a sinistra fino al Becco dell’Aquila per saltare.

Tre.
Bambini, papà domenica vi porta al mare con la macchina nuova. Portiamo poche cose che ha poco bagagliaio. Sei bellissima con questo vestito, ti amo. Sono felice. Anch’io. Sorridi.

Quattro.
ABS. Controllo stabilità e trazione. ESP. Dinamic Drive. E’ impossibile sbandare, nemmeno se vuoi. Senti come ti attacca al sedile se schiaccio un po’. Luca e Marco ridono: «una figata, papà!».

Cinque.
Di chi era quella canzone? Forse Ivano Fossati. Dietro a una curva, improvvisamente, il mare. Siamo gente di pianura e quel curvone è un groppo in gola, te lo sogni di notte. Giornata perfetta, aspetto solo di percorrerlo con il mare che brilla. In un attimo siamo lì. Guidare è un orgasmo, penso.

Sei.
Il Becco dell’Aquila è un luogo mistico. Il vecchio Bepi dice che ti fa guardare dentro, ti mette a nudo. Bepi ha cinquant’anni, fisico tozzo ma asciuttissimo. Un mito per i Jumpers. Mi diceva che il paracadute lo apre dopo sei secondi esatti. Se non si apre, altri tre secondi e ti schianti sullo zoccolo.

Sette.
Domenica mattina. La Milano-Genova digrada verso il mare. Duecentodieci all’ora e non ti sembra. La M sul radiatore stermina moscerini. Sorrido. Fantastica.
Poi, Dietro a una curva, improvvisamente… coda ferma, tutte le corsie. Piede sul freno. Una scossa elettrica percorre i nervi. Anna. Marco. Luca. Io.

Otto.
Nessun dispositivo elettronico riesce a fermare una berlina a 210 all’ora in meno di cento metri. Impossibile. E sei airbag non servono a niente contro le barre d’acciaio del telaio di un camion che penetrano nell’abitacolo attraverso il parabrezza. Il sapore caldo del sangue. Odore di benzina e ferro bruciato. Perché io sono vivo? Le voci, i poliziotti: «la traccia sull’asfalto inizia qui, è lunghissima, andava almeno a 200 all’ora, avrà frenato per otto, nove secondi». Nove secondi. Infiniti.
Senza paracadute dal Becco dell’Aquila allo zoccolo sono nove secondi. Esatti.

Nove.​

Una gita al palazzo

Ecco il mio modesto contributo a #TifiamoAsteroide. Il Pdf dei 100 racconti della raccolta letale contro il governo Letta è scaricabile aggratis qui:

Scarica «Tifiamo asteroide». Cento racconti per annientare il governo Letta

Il mio racconto è a pagina 219, ma puoi anche leggerlo integralmente qui sotto:

[…] Gli studenti, accompagnati a Palazzo Montecitorio, incontreranno i deputati e assisteranno in diretta alla seduta dell’Assemblea, dalle tribune del pubblico. Gli studenti inoltre saranno ospiti per il pranzo presso il ristorante al sesto piano con vista sul Pantheon. Insomma, una vera full immersion nella vita parlamentare del nostro paese. […]

11 luglio 2013, ore 10:00
Quelli, i miei compagni, fanno casino, non badano a niente. Io invece lo so che non devo leggere in pullman, ogni volta ci casco. Io il viaggio in pullman lo patisco, ci sto male. Mi sono messo a leggere il foglio con il programma della gita, così, tanto per fare. A me di far casino, di cantare lebiondetreccegliocchiazzurrieppoi e cose così non me ne frega. Ci sto male sul pullman, mi prende allo stomaco.
Siamo partiti da Bagnara che faceva ancora buio. Gita a Roma con visita al Parlamento. Fico, ho pensato: ci portano a vedere dove si fottono i soldi grossi. Quelli sì che c’hanno la cazzimma. Noi da Bagnara a Roma ci facciamo la Salerno-Reggio Calabria, e sono cazzi. Così, tanto per passare il tempo, ho già contato sedici tipi di asfalto diversi. E mancano ancora buoni cinquanta
chilometri. Mio zio Carmine ci ha lavorato su questo nastro di asfalti: stava nella Soc.de.sca.li, grossa società edilizia che il padrone vero lo sapevano tutti che era u Zi’ Cescu. Continua a leggere “Una gita al palazzo”

Grumi – Racconto breve

Grumi

(Scritto nel dicembre del 2011)

A quarant’anni ero una donna di successo. Il mio lavoro di copywriter per una famosa agenzia pubblicitaria milanese mi dava enormi soddisfazioni. Ormai ero il vero punto di riferimento dell’azienda: decine di persone pendevano letteralmente dalle mie labbra.
Ero bellissima, spigliata, fascinosa e carica di adrenalina. Percepivo la realtà come una massa informe da plasmare a mio piacimento: ogni desiderio, ogni aspirazione era alla portata, e ne gustavo il sapore con largo anticipo. Stavo cavalcando la tigre, e mi piaceva da morire. Continua a leggere “Grumi – Racconto breve”