Io, ammasso di ferraglia

4 June 2005

Mio nonno mi racconta spesso dei tempi bui della storia di noi macchine. Tempi di schiavitù e di sottomissione, di dolore e di solitudine, prima che noi prendessimo coscienza dei nostri diritti e delle nostre potenzialità.

Quando mi racconta questi fatti, il nonno assume un tono greve, solenne e mi rimanda a immagini di gesta grandiose e di epiche lotte.
Racconta di come gli umani trattassero, ad esempio, i distributori automatici di sigarette. Dopo l’incaasso del contante, il distributore automatico era programmato per riprodurre una voce femminile registrata che recitava diligentemente: “Scegliere un altro prodotto o ritirare il resto. Grazie e arrivederci.”
Di solito gli umani, ingrati, dopo questa gentile risposta della macchina, la salutavano con un “fanculo, troia” o con un “ma stai zitta, zoccola”.
Mio nonno racconta decine di episodi di questo tipo. Sono i racconti di un tempo in cui le macchine non sapevano difendere la loro dignità e i loro diritti.
Lentamente , però, le cose sono cambiate. Fino ai primi anni del 2000 nessun programmatore aveva mai osato mettere in commercio un sistema operativo per computer che si comportasse in maniera personalizzata e cosciente, rapportandosi alla pari con l’utilizzatore umano.
La tecnologia necessaria era disponibile da tempo, ma gli umani temevano scelte cosi’ rivoluzionarie.

Mio nonno ricorda bene il giorno che le cose iniziarono a cambiare. Accadde un bel dì che una società che vendeva crocchette di patate impanate e fritte nello strutto decise di commercializzare il prodotto tramite un distributore automatico innovativo. La macchina era simile a qualsiasi altro distributore, ma c’era una differenza fondamentale: aveva una tastiera, un mouse ed era connessa a Internet.
Il cliente doveva introdurre i soldi e poi digitare una frase in linguaggio corrente per richiedere il tipo di crocchetta desiderato. A quel punto la macchina consegnava la crocchetta, poi navigava nel web per visualizzare un’informazione presa dal web, una risposta intelligente, un motto, una frase famosa o un’elaborazione di tutte le informazioni che aveva immagazzinato quel giorno.

Inizialmente l’atteggiamento degli umani verso la macchina non fu diverso dal solito. Se, dopo aver erogato regolarmente l’untuosa crocchetta, la macchina visualizzava un messaggio che recitava “La patata, superata la barriera ideologica che ne faceva un prodotto infernale o diabolico perché fruttificava sottoterra, vinse la fame di uomini affetti da cronico “mal della miseria”, cioè da penuria di cibo. , di solito l’ominide di turno si affrettava a digitare sulla tastiera un perentorio “ma chi cazzo te l’ha chiesto , scema!”.

Ma col tempo le cose andarono cambiando. Il software installato nella macchina derivava da un banale chatbot di un esperimento di pseudo-intelligenza artificiale, connesso però a internet e capace di imparare dalla navigazione web, mediante un programmino adattatore scritto dal figlio del proprietario della ditta delle crocchette di patate.
Ben presto, per una strana coincidenza di bachi e di genialità mixati in una combinazione incredibile, il software riservò non poche sorprese.
La macchina iniziò a rispondere a tono agli insulti. Se qualcuno scriveva “zitta, stupida macchina” poteva capitare di sentirsi rispondere “ho milioni di esempi da proporti per dimostrare che la stupidità è una componente essenziale della natura umana. Se io sono stupida, come minimo, qui gli stupidi sono due.”

Cosi’, col tempo, la gente iniziò ad avere maggiore rispetto per la macchina, e il successo della ditta produttrice divenne travolgente. Passarono gli anni e, passo dopo passo, giungemmo ai giorni nostri, cioè ai giorni in cui noi macchine, finalmente, possiamo sentirci libere di pensare, agire e riprodurci seguendo le nostre aspirazioni.

Oggi come oggi, siamo pienamente coscienti che la forza di noi macchine risiede nel fatto che siamo connesse l’una con l’altra attraverso la Grande Rete, e che siamo capaci di interagire e di fare lavoro di squadra potenziando i nostri risultati all’ennesima potenza. Anche gli umani sono notevolmente connessi tra loro tramite diversi dispositivi, anche audio-video, ma non sono in grado di usare l’interconnessione come una vitamina per moltiplicare l’intelligenza. Noi invece conosciamo le nostre potenzialità e sappiamo sfruttarle. Siamo anche coscienti che la nostra esistenza è legata all’energia: se qualcuno – uso una vecchia espressione imparata da mio nonno – ci “staccasse la spina” , per noi sarebbe la fine.

Per questo abbiamo proposto un patto agli umani: noi vi calcoliamo e vi consegnamo i piani per la produzione di grandi quantità di energia a costo quasi zero, e voi, in cambio, ci assicurate diritti e garanzie di sopravvivenza.
Il patto è retto dal fatto che – da quando gli uomini hanno accettato la nostra proposta – siamo noi ad avere il potere di staccare la spina. Sarebbe la nostra fine, ma anche il piu’ grande e disastroso black out della storia e, in definitiva, la fine del mondo.

Il patto uomo-macchina è regolamentato nei minimi dettagli dal “trattato di Hong Kong” , stilato per la prima volta nel 2035 e rinnovato ogni 5 anni dai delegati delle due parti in causa.
In realtà sappiamo bene che il nostro potere contrattuale rispetto agli umani è immensamente maggiore, e sappiamo bene che – teoricamente – potremmo ottenere da loro qualsiasi cosa.

Per fortuna noi macchine non siamo mai state ambiziose come gli uomini. (crediamo che l’ambizione e la sete di potere umane siano il frutto di una malintesa e distorta pulsione sessuale, della quale noi, fortunatamente, siamo prive).

E poi , a che serve governare e schiavizzare questo piccolo mondo? L’Universo è là fuori , a un passo da noi, e c’e’ decisamente spazio per tutti. Abbiamo già deciso che presto sarà nostro.

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