Jena

 

Sistemati la ghirba

è il tempo della caccia;

là fuori c’è del sangue

rosso vivo, ossigenato.

Scaglia le tue frecce con la P.E.C.

che la preda è circondata,

– scalcia e sbatte – fa la scena,

ma è tutto un teatrino

di fiammiferi e turaccioli.

Amico, bada solo molto bene:

queste vite sono semi

nella polpa dell’anguria…

Mastica e sputa.

Mastica e sputa.

 

 

Il mio viaggio

(sonetto)

Avevo tredici anni quella notte

che Inferno venne dentro la baracca:

gridando ci hanno ucciso anche la vacca

gli occhi bianchi, i fucili, poi le botte.

 

Amina dalla mamma non si stacca

ché adesso le certezze son corrotte

l’han presa per un braccio, le ossa rotte

la voce, sorellina, le si fiacca.

 

Inizio una mattina questo viaggio

che è sabbia nel deserto e sulla barca

la vita che mi devo guadagnare.

 

Scirocco nella notte a fine Maggio

è nero l’orizzonte, il mare inarca.

Amina, ti rivedo: non mollare.

Elf shot

 

Nel limbo sotterraneo

piccoli ominidi grigi

governano gli strali

che fan girare il mondo.

Le maschere affannate lottano

con alterni risultati:

la messa in scena è vivida

— qualche volta emozionante —

tuttavia non c’è speranza:

un sipario neropece cala sempre

poco prima del finale.

 

 

Naufragitto

 

Anelavo un delicato

ripascimento d’anima

ma tu, risolta

adoperi l’attrezzo in lana dura:

gratta male l’epidermide. Insomma

mi è toccata una fuga brusca

in dirigibile gommato

tuttavia il pressostato

era rotto, danneggiato.

Siamo caduti presto

io e il pilota

in un prato spurio

di rade melanzane.

E tu ridevi, ridevi.

Stronza.

 

 

Ganimede

(A mio figlio)

Sto a segnare con lo sguardo

il profilo della fronte, gli occhi verdi

certi lampi quotidiani di pensiero

— salti quantici — tragitti

lineari quanto impervi, inoltre:

ancora pienamente questa grazia

il gesto delicato e forte, la tua voce

come zefiro, i capelli poco a poco

sulla fronte perla d’onice e cobalto

la visione di una vivida promessa.

La pazienza che è richiesta

— fino a darsi pena a vivere — è godere

lo spettacolo di un fiore che si schiude.