Anche il Mare Nostro ogni tanto s’arrabbia

 

Enzo

Trent’anni. Sono passati trent’anni. E che futuro avrei avuto in Calabria? Non mi riesce di immaginare niente. Anche perché, a pensarci bene, mica ce l’ho avuto il tempo di ragionare. Ero nell’Arma, di leva, un ragazzino. Poi saltò fuori quella cosa del trasferimento al Nord, in un paesino di mare, a più di mille chilometri da casa.

Capii subito che il mio parere contava come il due di bastoni con briscola a coppe.

– E che, vuoi rifiutare un’occasione accussì? Tutti gli amici tuoi un braccio si taglierebbero per un lavoro sicuro al Nord. – sentenziò mammà.
E mio padre che annuiva, giocando a pulirsi le unghie (come vi fosse speranza che tornassero bianche) con il suo coltellino da innesti, mentre i miei fratelli facevano una faccia come a dire se mi capitava a me neanche un minuto ci pensavo.

Però accettare avrebbe avuto dei lati positivi, tipo mettere mille chilometri tra me e le sberle sulla nuca di mio padre, perché a diciannove anni prenderle ancora come uno di dodici non è una cosa che ti faccia sentire un Dio in terra, eh.
Ma io Rosina non la volevo lasciare. Così le parlai, e lei mi disse con te anche al Polo Nord, dove vai tu vado pure io, e mi baciò così forte che mi vennero le lacrime agli occhi.
Il giorno dopo parlai con mio padre, e il giorno dopo ancora, davanti a un piatto di pasta con le sarde, lui si pulì la bocca con il dorso della mano e sparò le sue parole.
– Al Nord insieme non ho niente in contrario che ci andate, tu e Rosina. Anche suo padre e i suoi fratelli dicono che si può fare. Però vi sposate subito, e non ci pensiamo più, che l’età ce l’avete ormai.
Fu così che il nostro viaggio di nozze fu anche il nostro viaggio di emigranti. Però non prendemmo il treno, perché avevamo la Centoventotto Sport rossa, con una striscia giallo oro sulla fiancata e le gomme larghe. Bellissima. Era il regalo di mio fratello Giuseppe, anzi, il prestito, perché se la sarebbe venuta a riprendere col treno finito il viaggio di nozze, stabilito in due settimane.

Io comunque a mio fratello sono stato sempre grato, perché lo sapevo quanto ci teneva, lui, alla sua Centoventotto Sport.

Una mareggiata eccezionale

Per Enzo Talarico, comandante della locale caserma dei Carabinieri, fare una passeggiata sulla spiaggia la mattina presto era un’abitudine quasi quotidiana. Spesso, guardando l’orizzonte, si era sorpreso a pensare che quel mare, in fondo, era lo stesso mare della sua Calabria, il Mare Nostro, come lo chiamavano gli antichi.  Quella però non era una mattina come le altre. Da tre giorni imperversava una tempesta eccezionale. Lo scirocco aveva soffiato senza sosta, gonfiando il mare, facendolo avanzare non solo con le onde, ma con tutto sé stesso fino a farlo sembrare un gigante minaccioso.

In quel momento il sole provava a guadagnare terreno sulle nuvole nerastre. Il mare, però, era ancora in subbuglio.

– Ha visto che roba, Maresciallo? Non vedevo una mareggiata così da almeno vent’anni.

La piccola merceria era un singolare angolo di atmosfera prebellica (e quindi pre-ondata turistica) del lungomare. L’anziana proprietaria parlava senza neppure guardarlo: era troppo presa dal compito di togliere i sacchetti di sabbia che aveva messo davanti alla porta del negozio.

– Eh, signora mia, anche il Mare Nostro ogni tanto s’inc… s’arrabbia signora, s’arrabbia pure lui. – fece il carabiniere, continuando a camminare.

Il lungomare era un campo di battaglia: era ricoperto di sabbia, foglie morte, rami, alghe e di un’indefinita poltiglia biancastra.
Ma l’attenzione del maresciallo fu attirata da un’altra cosa: c’era un folto capannello di persone, più avanti, vicino al Bastione. Lì il mare doveva averla fatta grossa.

Accelerò il passo, fino a corricchiare. Era in momenti come quello che amava essere un Carabiniere.

– Oh, finalmente! Ce ne avete messo di tempo a venire!

A parlare per primo era stato un tipo tarchiato, vestito con una tuta da ginnastica sformata e un berretto da sciatore.

– Sarà mezz’ora che abbiamo chiamato, qui non veniva nessuno! Abbiamo chiamato tutti: ambulanza, Carabinieri, Polizia, Pompieri…

– Non ci faccia caso – disse un tipo segaligno che gli sembrò una faccia conosciuta  – sono passati dieci minuti, forse meno. Qui sono tutti in ansia, c’è il morto! Anzi, la morta. Venga, deve vedere subito con i suoi occhi!

In quel momento si udì un concerto di sirene. Voltandosi verso la piccola via perpendicolare a quel tratto di spiaggia, potè notare lo spiegamento di forze che stava sopraggiungendo: due ambulanze, due gazzelle dei Carabinieri, due volanti della Polizia, un’auto della Guardia Forestale, un carro funebre con la scritta “Pompe Funebri La Pietra” e una Campagnola dei Pompieri.

– Bene. Direi che ci siamo tutti. Fatemi vedere.

– Venga, maresciallo, guardi! Il mare ha portato il corpo di questa donna, chissà chi è. Anzi, chissà chi era… Venga!

Nella confusione generale non riusciva più a riconoscere la provenienza di ogni voce: il vociare generava un rumore simile a quello della burrasca che aveva tormentato Alassio in quei tre giorni. Il corpo era disteso sulla sabbia, coperto solo di pochi brandelli di vestiti fradici. Una ragazza intorno ai venticinque anni, mora, tipo mediterraneo. La pelle bianchissima, gelatinosa, era velata di sfumature blu; un gonfiore innaturale pervadeva il corpo. Il maresciallo Talarico non aveva mai visto nulla di simile. Quando il suo sguardo si posò sugli occhi glauchi e attoniti della ragazza dovette trattenere un conato di vomito.

– Di Franco, mannaggia a voi, siete arrivati finalmente!

– Marescià, ma noi abbiamo fatto in un momento… Ci hanno chiamati cinque minuti fa!

– Va bene, vedete di allontanare tutta ’sta gente, fateli stare almeno a dieci metri, forza. E mandami qui quel cretino di Piras, che cazzo fa lì impalato?

Il Carabiniere scelto Giovanni Piras era pietrificato. La voce del superiore lo fece sussultare.

– Eccomi marescià, sono qui, comandi!

– Ci vuole il magistrato, Piras. Bisogna disporre gli esami, il riconoscimento, serve il medico legale. Vedi chi troviamo, veloce. Secondo me è un incidente, magari era ubriaca. Con il mare che c’era in questi giorni annegava pure uno sano, figurati una ragazzetta drogata.

– Magari l’ha spinta qualcuno. Magari è omicidio, chi può dirlo…

– Piras, già ti metti a fare il Tenente Colombo della situazione, eccheccazzo. Cercami il magistrato e niente congetture, che vedi troppi telefilm.

Estratti dal Referto di Medicina Legale, Genova, 20 novembre 2014

Esame del corpo di sesso femminile ritrovato in Alassio (SV) il giorno 18 novembre 2014. […] L’età è stimabile tra i 23 e i 27 anni. Il tempo di permanenza in acqua, visti la modesta ritenzione idrica dei tessuti è stato presumibilmente di 24/26 ore. […] Il corpo presenta una lesione alla zona occipitale del cranio, con emorragia cerebrale poco estesa, non tale da farla ritenere causa della morte. […] con ragionevole probabilità, il trauma cranico è avvenuto precedentemente alla caduta in acqua.

[…] In conclusione, dall’esame si evince che il decesso è sopraggiunto per anossia conseguente all’ingestione di acqua marina. Tuttavia, l’analisi della presenza di fungo schiumoso nelle vie aeree e di diatomee negli organi del grande circolo, fa propendere per l’ipotesi che la morte per annegamento sia avvenuta mentre il soggetto si trovava in stato di incoscienza, presumibilmente dovuto al trauma subìto alla base posteriore del cranio mediante un corpo contundente.

Marco

L’utente chiamato non è al momento raggiungibile… Dove cazzo sei adesso? È tutta la notte che ti cerco. Fai sempre così, tu e la tua fissa di venire al mare. E poi tutte le volte che ci veniamo litighiamo. Sempre la stessa storia: litighiamo e scappi, fai l’offesa. Ma di solito il cellulare non lo spegni, anzi, messaggiamo di brutto, ci prendiamo a parole via Whatsapp… Scema che non sei altro, stavolta stai esagerando, Lauretta.

Io è la volta che ti lascio, sai, che me ne frega. Tu e la tua fissa di venire al mare, a Novembre. Cosa ci vieni a fare al mare a buttare via duecento euro per due giorni? Ti pare che navighiamo nell’oro? A fine mese ci arriviamo appesi, e tu lo sai. E poi abbiamo preso due giorni di diluvio, lo dicevano anche le previsioni del tempo, ma tu niente, volevi il mare. Fanculo tu e il tuo mare. Io me ne torno a Torino. Prendo il treno delle quattordici e trenta. Ma cosa parlo a fare che parlo da solo e tu non ci sei. Resta pure al tuo mare, se ti piace tanto. Io vado.

Come in un telefilm

– Marescià, l’abbiamo trovato. Era a Torino. Lo portiamo subito dal magistrato per l’incriminazione?

– Piras, te l’ho già detto che guardi troppi telefilm. Fammelo portare qui che formalizziamo il fermo e gli faccio quattro domande.

Un’ora più tardi Marco, il giovane convivente di Laura Tommasetti, la donna ritrovata senza vita sul litorale, era nell’ufficio del maresciallo Enzo Talarico.

­– Prego, si sieda. – disse perentorio il maresciallo rivolto a quell’agglomerato di piercing e tatuaggi che rispondeva al nome di Marco Giannicola, di anni ventisette.

­– Senta, io Laura l’ho cercata dappertutto, non mi rispondeva al cellulare, era sparita. Avevamo litigato, succedeva spesso, lei faceva così, scappava via. Mi creda! La prego! Non starete pensando che l’ho annegata io! Io le volevo bene, stavamo insieme da otto anni, volevamo sposarci!

Mentre parlava il ragazzo sembrava percorso da fremiti. Era visibilmente fuori di sé.

– Senta, Marco, questo è il suo telefono, giusto?

– Sì.

– Si ricorda cosa dice l’ultimo messaggio che ha inviato alla sua fidanzata?

– Ma ero arrabbiato, non la trovavo… io… io…

– Glielo dico io cosa dice. Dice: “Vaffanculo Laura appena ti trovo ti ci annego nel mare.”

– Ma… Io… Litigavamo… Io non…

– Marco, il messaggio è già una cosa grossa, si rende conto? E poi c’è questa. Era nel suo giubbotto.

Mentre parlava aveva aperto il cassetto della scrivania estraendone una pistola di acciaio grigio chiusa in una busta di plastica trasparente. Posò l’arma sulla scrivania, continuando a fissare Marco dritto negli occhi.

– Ma è una scacciacani! – si giustificò il ragazzo.

– Sì, ma il calcio è duro e pesante come quello di una pistola vera. La lesione alla base del cranio di Laura è perfettamente compatibile con il calcio di questa pistola. Ti conviene confessare, ti danno le attenuanti. La scientifica troverà altre prove, è inutile continuare a negare, dammi retta.

Il ragazzo era ammutolito.  Una paura totale e cupa si era impossessata delle terminazioni nervose. Le parole che si agitavano nella sua mente si strozzavano in gola. Il Giudice per le Indagini Preliminari fu sbrigativo: un caso piuttosto semplice.
Saltò fuori anche una storia di tradimenti di Laura, ossessionata dagli uomini in divisa, ai quali non sapeva resistere. Marco andava su tutte le furie, e spesso l’aveva minacciava di morte; c’erano testimoni. Il caso era chiuso, il processo sarebbe stato una formalità.

Enzo (epilogo)

Lo sapevo che eri ancora incazzato nero. Hai ricominciato, eh, Mare Nostro? Sono venuto a parlarti, sono venuto qui sul molo, davanti alla ringhiera, proprio come quella notte. Maledetta notte di tempesta! Il ricordo mi spacca il cuore come una mannaia su un melone maturo.

Ho fatto finta che non fosse mai successo, ho provato a cancellare la memoria e a riprendere la vita normale. Ma adesso devo ricordare. Saranno state le due, anche le due e mezza. Sono passato sul lungomare con la macchina privata, ma ero ancora in divisa. Lei è saltata fuori all’improvviso. Sbucava da un vicolo barcollando, appoggiandosi ogni tanto al muro per non cadere. Chiaramente era ubriaca o fatta di qualcosa, o tutte e due le cose.

Era fradicia, il trucco sfatto le colava dagli occhi, la camicetta bagnata le si appiccicava addosso.

– Signorina, dove va a quest’ora sotto la pioggia? Si sente bene? Salga, la porto a casa, non abbia paura, non la arresto.

Quella mi guardava così, tutta stranita. Non diceva una parola, stava immobile a fissarmi. Quando sono sceso dalla macchina per aiutarla mi ha messo le braccia al collo.  L’ho messa di peso sul sedile anteriore, al mio fianco. Volevo ripartire subito, l’avrei portata al pronto soccorso, a quel punto. Ma lei ha vacillato, si è avvinghiata a me ed è caduta con la testa in mezzo alle mie gambe. Io guardavo avanti tra i tergicristalli impazziti e non riuscivo a partire: me ne stavo immobile a sentire il tepore della sua guancia sul mio inguine.

Poco dopo, come fosse la cosa più normale del mondo, ha iniziato a sbottonarmi i pantaloni. Sono restato fermo. L’ho lasciata fare, non avevo un pensiero che fosse uno: la testa vuota, completamente. Così l’ha fatto. Saranno stati cinque minuti, ma interminabili.

Poi di colpo è scesa. Rideva come una pazza e correva verso il molo. Aggrappata alla ringhiera, urlava e rideva ripetendo il mio nome: Enzo! Enzo! Perché le avevo detto il mio nome?   Una mano sulla bocca, le ho messo, e lei mordeva, non forte, giocava. Ma io c’ho moglie, c’ho la mia Rosina. Lei non lo sapeva com’è la mia Rosina, che è la mia donna, da sempre.

Mi era venuta voglia di sparare, così la piantava. Avevo già la pistola pronta, senza sicura. Lo sparo però si sarebbe sentito, allora ho colpito con il calcio sulla nuca. Forte. Ha fatto un rumore sordo. Non era morta, la sentivo respirare. Ma volevo farla finita subito, volevo che tornasse nel buio da dove era venuta, per sempre. Spingerla giù è stato un attimo. Le onde hanno fatto il resto.

Due giorni dopo, Mare Nostro, me l’hai restituita. Perché il destino è destino, non si scappa. Questo mi volevi dire, vero? E va bene, hai vinto tu. Me lo hai fatto capire fin troppo chiaramente. Stavolta il colpo si potrà anche sentire, non me ne frega niente. Mi metto qui, oltre il parapetto; cadrò in avanti, di sicuro. Arrivo, Mare Nostro, adesso tocca a me, quello che è giusto è giusto.
Spero solo che cambi il vento, che si metta a soffiare verso sud.

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