Archivi del mese: maggio 2014

Due parole ai paladini del No-Euro

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1) Abbiamo un sistema produttivo affetto da nanismo, strozzato da tasse, burocrazia, corruzione, legislazione sul lavoro assurda, difficoltà di accesso al credito, e altro ancora.

2) Abbiamo da anni una classe politica di ladri, mafiosi, faccendieri e speculatori. E oltretutto incapaci.

3) Abbiamo un apparato statale sovradimensionato, costosissimo e totalmente inefficiente.

4) Abbiamo un sistema giudiziario disastroso, farraginoso, una giustizia che ha tempi biblici (e incerti) e un proliferare di leggi contradditorie, confuse, poco chiare, interpretabili e spesso anche assurde.

5) In Italia l’illegalità e l’arte d’arrangiarsi sono la norma. L’efficienza e l’ordine sono rare eccezioni.

6) Abbiamo un sistema ferroviario vecchio di 50 anni. (e gestito pessimamente)

E potrei continuare a oltranza per pagine con questo elenco…

E allora? E’ tutta colpa dell’Euro? Oppure è anche (e soprattutto) colpa nostra?

Non è l’Euro il fatto epocale, è la GLOBALIZZAZIONE che , come noto, non è un pranzo di gala: o si sta in pista, o si è buttati fuori, si finisce nel “secondo mondo” (come è successo alla Grecia).

Per stare in carreggiata non bisogna uscire dall’Euro, bisogna stare al passo dei Paesi dell’Euro che ce la fanno. Dobbiamo insomma diventare un po’ più tedeschi (nell’efficienza, nel votare politici onesti, nel rispetto delle regole, eccetera), rimanendo comunque italiani (inventiva, fantasia, buon gusto…).

Non ci sono alternative. Dare la colpa all’Euro e all’Europa è un modo infantile di autoassolversi, e non servirà a niente. Perché i nostri problemi sono prima di tutto interni, sono nel nostro modo di vivere, di lavorare, di votare.

La nostalgia della Liretta è irrazionale: gli anni ’80 e ’90 erano in un altro secolo, in un’altra era. Non torneranno mai più.

Coniare Lire oggi sarebbe coniare la moneta di uno Stato in fallimento, sarebbe buttare in pasto ai mercati il nostro futuro. Le jene riderebbero di gusto, prima di azzannarci.

E noi avremmo solo da piangere.

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Nove secondi

Uno.
Tutti hanno un sogno nella vita. Il mio è nero metallizzato, ha una M sulla griglia del radiatore e costa 57.500 euro. Firmo cinquantadue pesantissime rate. Scosti i capelli dal viso e mi sostieni con la carezza della voce: «Vedi che i sogni possono diventare realtà?». Un angelo. I nostri sacrifici per quel sogno soltanto mio.

Due.
La Via Vertigine del Monte Brento la conosco, l’ho scalata due volte. Al bivio noi scalatori svoltiamo a destra per partire da sotto e i paracadutisti del Base Jumping salgono a sinistra fino al Becco dell’Aquila per saltare.

Tre.
Bambini, papà domenica vi porta al mare con la macchina nuova. Portiamo poche cose che ha poco bagagliaio. Sei bellissima con questo vestito, ti amo. Sono felice. Anch’io. Sorridi.

Quattro.
ABS. Controllo stabilità e trazione. ESP. Dinamic Drive. E’ impossibile sbandare, nemmeno se vuoi. Senti come ti attacca al sedile se schiaccio un po’. Luca e Marco ridono: «una figata, papà!».

Cinque.
Di chi era quella canzone? Forse Ivano Fossati. Dietro a una curva, improvvisamente, il mare. Siamo gente di pianura e quel curvone è un groppo in gola, te lo sogni di notte. Giornata perfetta, aspetto solo di percorrerlo con il mare che brilla. In un attimo siamo lì. Guidare è un orgasmo, penso.

Sei.
Il Becco dell’Aquila è un luogo mistico. Il vecchio Bepi dice che ti fa guardare dentro, ti mette a nudo. Bepi ha cinquant’anni, fisico tozzo ma asciuttissimo. Un mito per i Jumpers. Mi diceva che il paracadute lo apre dopo sei secondi esatti. Se non si apre, altri tre secondi e ti schianti sullo zoccolo.

Sette.
Domenica mattina. La Milano-Genova digrada verso il mare. Duecentodieci all’ora e non ti sembra. La M sul radiatore stermina moscerini. Sorrido. Fantastica.
Poi, Dietro a una curva, improvvisamente… coda ferma, tutte le corsie. Piede sul freno. Una scossa elettrica percorre i nervi. Anna. Marco. Luca. Io.

Otto.
Nessun dispositivo elettronico riesce a fermare una berlina a 210 all’ora in meno di cento metri. Impossibile. E sei airbag non servono a niente contro le barre d’acciaio del telaio di un camion che penetrano nell’abitacolo attraverso il parabrezza. Il sapore caldo del sangue. Odore di benzina e ferro bruciato. Perché io sono vivo? Le voci, i poliziotti: «la traccia sull’asfalto inizia qui, è lunghissima, andava almeno a 200 all’ora, avrà frenato per otto, nove secondi». Nove secondi. Infiniti.
Senza paracadute dal Becco dell’Aquila allo zoccolo sono nove secondi. Esatti.

Nove.​

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Smarrimenti

Ecco, vedi, che mi viene
questa cosa dentro, la sera
che rode, si rivolta e non concede
quiete?
Forse è per qualcosa che ho
perso da bambino
e non so più dove è finita.
Se mi aiuti chissà che venga
fuori, un giorno, chi può dirlo:
magari sotto il letto.

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Tirano la corda

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Una volta è successo che quelli sopra facevano così, dicevano certe minchiate, e se veniva la siccità o la grandine, dicevano metà grano per me e metà per voi braccianti, ma siccome c’è stata la siccità o la grandine, io mi prendo la mia metà e voi un cazzo, la fame, che tanto siete miserabili e in qualche modo vi arrangerete. E poi è successo che quelli sotto si sono rotti il cazzo, e hanno semplicemente diviso quelli sopra dalle loro teste. Una cosa proprio d’effetto: li mettevano lì su un palco di assi, e madama ghigliottina faceva il resto. Teste cotonate che rotolavano giù, e colli pallidi che sprizzavano sangue rosso, rossissimo , uguale uguale a quello dei poveracci. Una volta è successo, e chissà che un giorno non succeda ancora. Occhio.

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