Tropical

(racconto breve)

Mi guardo le unghie. Non lo facevo da molto tempo. Sono nere, veramente luride. Un tempo me ne sarei preoccupato, avrei affrontato la cosa con un profondo senso di vergogna. Oggi mi guardo le unghie e vedo solo unghie nere, nient’altro. Nessuna sensazione.

Ho lavorato vent’anni come ingegnere progettista in una fabbrica di macchinari. Per la precisione si trattava di una fabbrica che produceva linee di produzione automatizzate. Il lavoro era stimolante: i clienti erano piccole, medie e grandi imprese. Chiedevano una soluzione, e noi gliela davamo. Chiavi in mano. Spesso erano entusiasti, a volte servivano correzioni, ottimizzazioni, modifiche. In quei casi mi spedivano sul posto – in varie parti d’Italia e a volte in Germania – nello stabilimento, e io analizzavo il problema. Tutto era risolvibile, e io risolvevo. Vedere la linea che avevo progettato produrre alacremente senza sosta era una soddisfazione che andava al di là dello stipendio.

Dal 2002 in poi il nostro mercato principale divenne l’Asia, particolarmente la Cina. Gli ordinativi fioccavano. Vennero fatte assunzioni.
Piano piano la nostra fabbrica iniziò ad appaltare fasi di produzione e componentistica all’estero, principalmente nel sud-est asiatico. Più tardi in Cina. A Bergamo restava solo l’assemblaggio e il cablaggio elettrico. Il fatturato cresceva, io ricevevo dei bonus e una volta ebbi anche una cosa che loro (quelli del Consiglio d’Amministrazione) chiamarono «Fringe Benefit».

Cinque anni fa -improvvisamente – lo stabilimento fu chiuso. Quattrocentotrenta operai in cassa integrazione. Ma gli affari andavano bene: restava solo un palazzo di vetro, pieno di uffici con dentro noi ingegneri chini dal mattino alla sera sullo sviluppo di soluzioni innovative per grandi volumi.
Nonostante il calo occupazionale e la dismissione del reparto produttivo, il fatturato cresceva. I Cinesi pagavano molto bene il lavoro dei tecnici.

Un giorno mi chiamarono in Direzione. Mi dissero che avevano una proposta molto vantaggiosa da farmi: volare in Cina e restarci quindici giorni al mese, per uno stipendio che – con i rimborsi – sarebbe stato pari al doppio di quello che ricevevo. Il lavoro, a Pechino, sarebbe stato piuttosto semplice: in pratica si trattava di tenere dei corsi di progettazione industriale a giovani ingegneri cinesi. Niente di che, insomma, a parte le distanze.

Dissi che ne avrei parlato in famiglia. Mio figlio Stefano stava per andare all’Università, mia figlia Marina era iscritta al liceo artistico, entrambi avevano grandi progetti per il futuro. Mia moglie mi chiese di non andare: la vita andava bene, non avevamo problemi economici. Le spiegai che al colloquio in Direzione avevo avuto una strana sensazione: il mio intuito suggeriva che, se non avessi accettato, il mio posto di lavoro sarebbe evaporato, avrei fatto la stessa fine degli operai. Lei capì, annuì in silenzio, e pianse. Ci saremmo visti al massimo per una settimana al mese. Però, con quello che avrei guadagnato, avrebbe potuto fare frequenti viaggi in business class per venirmi a trovare a Pechino.

La mia nuova vita cinese iniziò nell’autunno del 2006. Risiedevo in un ottimo albergo nel centro di Beijing, zona ultramoderna, con giardini pensili su terrazzi di acciaio e vetro.
Il cielo fuori era sempre piombo fuso. Il lavoro, in compenso, andava molto bene: gli studenti cinesi sono senz’altro quanto di meglio un professore possa sperare.

A luglio del 2010 la fabbrica di Bergamo (per meglio dire: quel che restava della fabbrica, ovvero il mega ufficio progettazione) chiuse i battenti. Accadde così, di colpo, da un giorno all’altro. Il Consiglio aveva preso atto della situazione: zero commesse per i prossimi sei mesi. Una, forse due, per i sei mesi successivi. Praticamente niente, fine dei giochi. Dissero: colpiti dalla crisi. Io pensai: battuti dai miei allievi.
Il mio lavoro restava in piedi, soltanto dovetti cambiare padrone. Da lì in poi lo stipendio me lo avrebbe versato la Haiwoo-Hung-Sui Corporation, con un puntualissimo bonifico proveniente da Hong Kong. Tutto bene, dunque, con un unico problema: come dipendente di una ditta cinese, avrei dovuto lavorare quattro settimane al mese, per sei giorni alla settimana. Alternative? Così, su due piedi, zero. Accettai.

Da Settembre a Dicembre del 2010 tornai a casa solo due volte. Il 27 Dicembre mia moglie mi confessò di avere una relazione stabile con un altro uomo. Scioccato, chiesi chi fosse. Era il mio commercialista.
Ci separammo rapidamente nel febbraio del 2011. A marzo lei mandò una e-mail al mio indirizzo aziendale di Pechino, dove mi chiedeva se avessi qualcosa in contrario sul fatto che il commercialista si sarebbe presto trasferito ad abitare con lei, nella nostra casa, con i miei figli. Risposi laconicamente di no. Non avevo nulla in contrario. Non era vero.

A Giugno 2011 chiesi un appuntamento al mio manager di riferimento in azienda. Gli spiegai che intendevo licenziarmi. Lui mi guardò con i soliti occhi simili a fessure, e sorrise. «Bene – disse – torni a casa dalla tua famiglia!». Capii che non avevano più davvero bisogno di me già da qualche tempo: tra gli ingegneri che avevo formato ce n’erano alcuni davvero dotati che avrebbero potuto degnamente sostituirmi come insegnante. Il manager era visibilmente sollevato per la notizia delle mie dimissioni: il mio sostituto sarebbe costato molto meno all’azienda.
Tornai a Bergamo a settembre. Quel giorno l’aria era tersa, il cielo di un azzurro innaturale.
Guardai la facciata di casa mia. Non ebbi il coraggio di entrare.

Fare il clochard a Bergamo è difficile: fa troppo freddo. Per questo – dopo qualche peregrinazione – mi sono ritrovato in Liguria.
Qui dormo dove capita, anche d’inverno non ho bisogno di chiedere aiuto a nessuno, perché il freddo, insomma, si sopporta. Ovviamente mi vesto: ho due maglioni, la mia giacca pesante e il cappotto sopra. Queste sono le cose che indosso, sempre le stesse. Non le tolgo mai, nemmeno d’estate, perché sarebbe scomodo portarmele dietro in una borsa. Io nelle mie giacche e nei miei maglioni di lana ormai c’ho fatto il nido, ci sto come un pisello nel baccello, direi.

I ragazzi di strada qui mi chiamano «Tropical» . Narrano storie di me che dicono fossi un grande ingegnere, che avessi viaggiato e abitato in Cina, e anche guadagnato un sacco di soldi, prima di diventare un barbone. Non so proprio chi possa aver messo in giro queste voci. Io, quando le sento raccontare, non dico mai niente. Di solito sorrido, e al limite scuoto leggermente la testa.

1 Commento

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Una risposta a “Tropical

  1. il racconto lo avevo già letto di là🙂
    passo per dirti che su mimettoingioco c’è una nuova proposta di scrittura, ti aspettiamo

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