A Nerina

M’avesse preso la tisi, Nerina
 al posto del tuo amore
 quel male bianco, faticante
 e non quest’altro rosso sangue
 che mi brucia l’anima e invoca
 in sonno come in veglia
 di farmi ritornare.
 Sai che quando infoca la battaglia
 (alla baionetta, Nerina – tu sapessi –
 siamo come le messi al tempo di falciare!)
 io mi tengo vivo e fuggo il colpo
 mi batto, colpisco e sopravvivo
 e al tempo stesso vorrei farmi
 tomba di ciò che duole in petto
 di questo bene che sento vanamente.
 E non m’illudo, Nerina, non m’illudo!
 ché semmai tornassi vivo, riavuto
 dalle limacciose fosse nere
 potrei trovarti sposa a un altro e forse
 madre di figli non miei.
 E a quell’ora sì, davvero,
 morirei. morirei. morirei.

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