Altai? Ahi Ahi!

Da fan sfegatato dei Wu Ming, ero così elettrizzato per l’uscita di Altai che prima di affrontarlo mi sono riletto le seicento e passa pagine di “Q.” , così, solo per rientrare nell’atmosfera. (e devo dire che l’ho apprezzato ancor più della prima volta).
Sarà che a quel punto, quando ho inizato a leggere Altai, ero troppo pieno di aspettative. Sarà. Però la verità è che questa nuova opera del collettivo di scrittori più famoso d’Italia (ammesso che ne esistano altri) un po’ mi ha deluso.

Intendiamoci, si tratta di un buon libro, decisamente sopra alla media di quello che impesta quotidianamente le librerie. Però manca qualcosa. Se dovessi sintetizzare, direi che, se  “Q.” è un libro che vibra, Altai scivola.
Fino a metà ed oltre l’ho trovato didascalico, intento a creare meticolosamente un’atmosfera per qualcosa che puntualmente non succede. In altre opere dei Wu Ming (Manituana e  ’54, ad esempio) la prima parte era come un calderone dove tutto veniva tagliuzzato e cacciato dentro per essere rimestato col mestolone del crescendo adrenalinico e rivelatore del finale, ma la tecnica funzionava meglio perchè creava la giusta tensione emotiva e caricava il lettore di una morbosa curiosità che lo incollava alle pagine. Qui, invece, la prima parte costruisce molto (e con ammirevole cura) , ma manca di pathos. Il ritmo non è incalzante e a tratti le immagini evocate rischiano di essere stucchevoli (a ben guardare, non lo sono. Ma rischiano di sembrarlo e questo dallo stile dei Wu Ming non me lo aspettavo).
Il ritmo migliora notevolmente nel finale: l’assedio è raccontato con lo stesso stile concitato e vibrante di “Q.”, però è tutto piuttosto prevedibile e il trucco dell’immedesimazione stavolta non funziona.
Il romanzo ha anche dei pregi, primo fra tutti il valore didattico del racconto di una realtà storica a noi piuttosto avulsa, che può tornare utilissimo quando si trattasse di giudicare le dinamiche attuali nel Mediterraneo e, ad esempio, la condizione di Israele. Poi ci sono le donne, che stavolta sono personaggi sfaccettati e intagliati di fino, belle in modo emozionante anche perchè raccontate in modo splendido, come se gli autori avessero voluto fugare una volta per tutte qualsiasi accusa di maschilismo.
Il personaggio di Gert dal Pozzo, che qui assume un nome arabo, ed è praticamente l’unico vero collegamento con “Q.”, è diventato un asceta dotato di una tale saggezza che rasenta il paranormale. Bel personaggio, però, a mio avviso, un po’ troppo fumettistico.
Il protagonista, invece, – e qui probabilmente casca l’asino – è sottilmente odioso. Diventa antipatico senza che, a ben guardare, faccia nulla per meritarselo. Forse questa cosa è voluta, forse l’idea è proprio quella di rappresentare il figlio di un tempo già più secolarizzato, più materialista e ben più simile a noi.
Forse Manuel Cardoso siamo noi. Ovvero: sono io. Per questo mi sta sul cazzo.

Comunque, per riprendermi dalla (tutto sommato leggera) delusione, sono andato nella pagina degli scaricabili della Wumingfoundation a guardare se c’era qualcosa di buono che non avessi ancora letto. E mi sono accorto con orrore di non aver mai letto “Asce di guerra” (l’oggetto narrativo, così lo definiscono gli autori, è in giro da dieci anni). Ho rimediato subito leggendolo tutto d’un fiato. Cazzo. Per me è straordinario. Gigantesco. Dentro “Asce di guerra” c’è tutto quello che manca in Altai. Era proprio quello che cercavo.
Non vi dico di più: lo considero una lettura obbligatoria. Potete anche scaricarlo qui.

2 commenti

Archiviato in Libraggi

2 risposte a “Altai? Ahi Ahi!

  1. “ammesso che ne esistano altri”…
    chissà, magari prossimamente esce qualcosa…

  2. G.

    “Asce di guerra” è un capolavoro.

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