Il nonsense del giornalismo gergale

Ocoparlando

Arriva in commercio il profumo che odora di Michael Jackson. In vita aveva fatto di tutto per odorare di lecca-lecca e patatine fritte.

Questa (probabilmente mediocre) battuta che ho appena postato nel forum di Spinoza.it , mi dà lo spunto per una piccola riflessione sul lessico dei giornalisti (soprattutto online) di oggi. Come? Se sono qualificato per parlarne? Sicuramente no. Però so leggere. E questo basta e avanza.

Veniamo al dunque: questo è l’articolo dal quale prende spunto la battuta. Si noti l’incipit:

Un profumo che “sa” di Michael Jackson: è questa la nuova frontiera per tutti i fan della star morta lo scorso giugno.

E’ una frase scorrevole, di facile lettura, che non invita al ragionamento. Ovvero, un tipico esempio dello stile gergale del giornalismo odierno. A ben guardare, la frase ha poco senso. Parte dal presupposto che “tutti i fan” del cantante siano dei pazzoidi sempre alla ricerca dell’ “ultima frontiera” delle follie per idolatrarlo in mortem. Insomma, i fan diventano “tutti-i-fan”, il cantante Michael Jackson diventa “la star”, un’idea eccentrica come comprare un profumo che sa di DNA diventa “la nuova frontiera”. Nel complesso, la frase intera sfiora l’assurdo. ( In realtà un senso ce l’ha: è una spudorata marchetta travestita da entusiastico commento giovanilista e scritta, perlappunto, in questa sorta di neolingua giornalistica).

Ora, qui siamo su un sitarello di gossip, ci mancherebbe. Ma voi dite che con le testate più autorevoli andrà meglio? Proviamo con il ben più autorevole Repubblica.it:

Qui un articolo sulla “Playlist di MySpace del Vaticano”. (doppia marchetta, microsoft e vaticano, in sole cinque parole: un record!). Vediamo come attacca:

Su MySpace appare la playlist ufficiale del Vaticano e il mondo mette le cuffie.

Primo: è chiaro che MySpace è popolare (anche se sta vivendo un periodo di crisi) ma da qui a dire che “il mondo” è tutto lì pronto a scovare nuove pagine interessanti sul network ce ne passa. E poi la maggior parte degli utenti di MySpace ascolta la musica dalle casse del pc, non dalle cuffie dell’Ipod o simili. Quindi? Niente, è solo che scritto così è più fico, più trendy, scorre via senza farti pensare che dice due stronzate in tre parole (il mondo, le cuffie). Suona allegro, stimola l’immaginario ed è agevole da leggere. Pare che non conti altro, tantomeno la realtà dei fatti.

Ancora su Repubblica.it, oggi. Articolo su web e tecnologia:

“Neutralità web sotto attacco” – Tutti contro la direttiva dell’Ue

Qui si utilizza l’abusatissimo (e ultimamente di gran moda) “tutti” al posto di “molti” o della descrizione effettiva del gruppo di persone alle quali si ci riferisce. Premesso che stavolta si tratta una marchetta piuttosto nobile (la questione riguarda libertà e diritti di noi utenti, e Repubblica si schiera con la parte debole) , indicare una parte come il tutto è comunque una forzatura , che rientra , secondo me, tra i casi di giornalismo gergale moderno. Usare quel “tutti” conferisce ritmo, abbrevia, rallegra la cosa (pare una scampagnata) , frivoleggia e rende semplice ciò che semplice non è affatto. L’errore di base passa in secondo piano rispetto all’urgenza della forma e del ritmo cool e trendy. Anche qui siamo alla neolingua, ovvero ad una lingua che ipersemplifica gongolando nella sua inadeguatezza .

Proviamo ad andare a vedere sul sito dell’autorevoe Corrierone? Ecco un bel titolozzo online in questo momento:

«Da grande? Vorrei essere Belen»
La Rodriguez nuovo mito tra i bambini fra i 7 e gli 11 anni assieme a Valentino Rossi. E a Fabrizio Corona…

Titolo e sottotitolo pieni di ritmo, partenza addirittura in prima persona, creando un effetto potrebbe-essere-tuo-figlio-piccolo-a-parlare:stai-attenta!
Niente di grave, se non fosse che la ricerca cui fa riferimento il titolo afferma cose un po’ diverse:

Il modello di riferimento per i bambini tra i 7 e gli 11 anni? Valentino Rossi (per il 16%, e per il 28,8 fra i maschi) e Belen Rodriguez (8,2%), ma non solo: anche Michelle Hunzicker e Mike Bongiorno (i preferiti dal 31%) e addirittura Fabrizio Corona per quanto da una percentuale minima, l’1,2%.

Insomma i dati sono eterogenei, e la notizia, in fondo in fondo, non c’è. Anzi, ben il 31% preferisce assomigliare addirittura a Mike Bongiorno, o alla affidabilissima Unzicker. Fabrizio Corona, poi, riportato nello strillo sotto al titolo per creare l’effetto “Ommadonnasanta!” nella casalinga di Voghera, è in realtà stroncato dai ragazzini e ottiene minuscolo 1,2%, con tutta probabilità dovuto a risposte goliardiche dei soliti simpaticoni.
Però lo stile del pezzo funziona… ah, la potenza del giornalismo gergale! Quanti avranno letto bene e fatto caso alle percentuali che dicono il contrario di quello che si afferma nel titolo?

Tutto e il contrario di tutto. La neolingua si diffonde. La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza.

3 commenti

Archiviato in Robapesante

3 risposte a “Il nonsense del giornalismo gergale

  1. Perennemente Sloggata

    da traduttrice e appassionata di italiano, sorrido amaramente. troppa ragione in queste righe.

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