Cronache dalla fine del mondo/2 – Il miracolo di Christo

Mentre il Presidente attraversava un quartiere desolato e grigio per imboccare il grande viale alberato che portava al Palazzo del Governo, il sole filtrava a stento attraverso i finestrini scuri, lasciando presagire che i suoi raggi non avrebbero riscaldato più di tanto quella chiara mattina di gennaio.
Il Palazzo del Governo Aziendale era una costruzione nuova, costruita per necessità pratiche piuttosto che per rappresentanza. L’architetto incaricato, l’osannato Otelo Musvidas (nome d’arte), l’aveva immaginato imponente, largo più della sua altezza, l’immagine stessa della stabilità e della permanenza eterna. Era, in pratica, una piramide a gradoni che ricordava vagamente un tempio Incas, schiacciata a terra, ma allo stesso tempo proiettata verso il cielo grazie alle otto altissime guglie di cristallo poste agli angoli, sulle quali svettavano i drappi rossi con banda grigia al centro.

Quando Christo Joy Eviota aveva dovuto scegliere un logo per la sua holding principale, aveva preferito rimanere sull’essenziale: un rettangolo rosso carminio, solcato da una stretta banda grigia, gli sembrò ideale. Aveva costituito la JOYTA holding Inc. , con sede principale alle British Virgin Islands e centinaia di ramificazioni in tutto il mondo, quando aveva soltanto quarantasei anni. Tenendo conto che aveva iniziato a lavorare al suo progetto industriale e finanziario soltanto all’età di quarant’anni, tutti erano concordi nel definire la sua creatura “il miracolo di Christo”.

– Carlo, puoi fermarti un momento? – sibilò.

La sua voce non era esattamente del tipo che ti aspetti da un capo. Mentre diceva all’autista di accostare, aveva preso a ticchettare con le unghie sul vetro azzurrato del tavolino a scomparsa che fuoriusciva dal bracciolo del sedile posteriore, producendo un rumore metallico, stridulo. Anche il suono della sua voce conteneva quelle frequenze sonore, pur non mancando di profondità.

L’autista obbedì, accostando rapidamente la grossa berlina sul ciglio della strada, in prossimità di un parapetto in cemento che faceva da protezione a valle nell’ampio curvone sopraelevato dell’ultima parte del viale. Da lì, si poteva scorgere in lontananza la linea blu all’orizzonte dove il mare incontrava il cielo.

– Elenoir, annulli tutti i miei impegni per oggi. Li rimandi a data da destinarsi, le darò un programma domattina.
– Presidente, devo annullare anche la cena di stasera? – chiese allibita la la giovane donna proiettata dallo schermo olografico.
– Ho detto tutti i miei impegni per oggi. Grazie.
– Come vuole lei, Presidente.

Chiuse la conversazione sfiorando elegantemente il pannello olografico flottante, che scomparve dentro al poggiatesta del sedile anteriore. Poi fece un cenno all’autista, il cenno concordato per l’autorizzazione allo spegnimento dei dispositivi di sicurezza, necessario prima dell’apertura delle portiere dell’auto.

– Carlo, io scenderò giù per questa scarpata adesso, seguendo quello stretto sentiero fino ad arrivare alla spiaggia. Ho bisogno di pensare.
– L’attenderò qui quanto Lei vorrà, signore. – disse impassibile l’autista.
– Al contrario, tu verrai con me. – ribattè categorico Il Presidente.
– Senz’altro, se Lei ne ha piacere, l’accompagnerò molto volentieri.

Il sentiero era ripido e a tratti invaso da erbacce, ma non era una prova difficile. Christo non era un uomo atletico, ma non aveva mai trascurato del tutto la forma fisica. Carlo, l’autista, al contrario era un pezzo d’uomo, spalle larghe da atleta, e mani grandi da contadino buono. Per lui quel sentiero era una sciocchezza, Christo, invece, aveva bisogno di un po’ di attenzione supplementare per non inciampare.

Superò un leggero senso di imbarazzo evitando di pensarci, e allungò il passo fingendo sicurezza assoluta. Il sentiero, più in basso si andava allargando, forse per l’azione dell’acqua durante le forti piogge degli ultimi giorni.
Nei giorni precedenti aveva piovuto ininterrottamente per sei giorni e sei notti, senza un attimo di tregua. Quel giorno, però, il cielo era limpido, totalmente sgombro, azzurro come l’avesse disegnato un bambino.
Christo ripetè a sè stesso che quella camminata fino alla spiaggia era davvero una buona idea. Ne sentiva un bisogno fisico, impellente.

La spiaggia, completamente deserta in quella stagione dell’anno, era larga non più di una ventina di metri. In quel punto era stato edificato un molo, ammassando rocce scure sopra una piattaforma in cemento armato. Per modificare l’azione dell’erosione delle correnti marine e per proteggere dalle mareggiate, il molo poteva emergere e scomparire automaticamente, a seconda delle necessità. Era un’opera d’ingegneria semplice e funzionale, un bell’esempio dell’intelligenza con cui lavoravano le sue aziende, pensò.

– Vedi, Carlo, oggi avevo proprio voglia di riflettere. – disse mentre si erano ormai portati fin sulla punta estrema del molo, dove potevano vedere da vicino i gabbiani volare in tondo a bassa quota, e poi scendere di colpo a pelo d’acqua.

– Questo è davvero un posto molto adatto, signore.
– Certo, lo credo anch’io. Io amo guardare l’orizzonte, è la cosa che più mi ispira grandi pensieri. L’orizzonte è quella linea che sappiamo non finire mai, è un’avventura in perenne svolgimento. E’ la musa ispiratrice di tutti i grandi uomini che hanno vissuto con grandi obiettivi.

– Lei i suoi obiettivi li ha raggiunti compiutamente, Presidente. – aggiunse Carlo, col tono perentorio  di uno slogan pubblicitario.

– C’è sempre un obiettivo nuovo all’orizzonte. C’è sempre. Basta guardare. Quanti anni hai tu adesso?
– Quaranta, signore.
– Vedi, io fino a quarant’anni non combinai niente di buono. Crebbi come un ragazzino timido, introverso e terrorizzato dal rapporto con gli altri. Ero il tipo di ragazzino al quale a scuola rubano le merendine senza che lui faccia la minima obiezione.
All’università andai subito fuori corso. Alternavo esami brillanti, passati a pieni voti col plauso del professore, a prove disastrose, delle quali accettavo il verdetto, senza chiedere di avere una seconda possibilità. Non avevo nè uno scopo nè la voglia di cercarlo.
Presi la laurea molto tardi, con la sensazione che mi avessero licenziato per sfinimento, più che per merito.

Ebbi poi diverse esperienze lavorative. Tutte disastrose esperienze. Fino all’età di quarant’anni fui un buono a nulla, un inetto. Non mi sposai, non ebbi neppure fidanzate. E i pochi rapporti occasionali con le donne finivano sempre per rivelarsi nuovi duri colpi alla mia autostima, già ridotta al lumicino.

– Ma poi una mattina si svegliò trasformato in un uomo nuovo! – lo imbeccò ossequioso l’autista, ripetendo a memoria una frase del libro che tutti, ma proprio tutti, avevano letto.

– Precisamente, Carlo. Io mi svegliai la mattina del mio quarantesimo compleanno e capii improvvisamente tutto. E quando dico che capii tutto, intendo dire proprio tutto, la totalità delle cose. Divenni consapevole del fatto che fino a quel momento non avevo fatto buon uso della potenza del mio cervello. Iniziai a rendermi conto che potevo usare il cervello in una maniera nuova, più profonda e più efficace. Iniziai a capire che, con l’aiuto della parte più nuova e migliore del mio cervello, avrei potuto raggiungere qualsiasi obiettivo.
Non è facile spiegare la sensazione che mi colse, fu qualcosa di intimo e di universale allo stesso tempo.
Be’, da quel momento iniziai a pensare in modo nuovo. Usai il mio cervello ad un livello superiore, o almeno ad un livello differente da come lo usano gli altri.
Questo mi rese da subito la vita molto facile. Ogni singolo obiettivo da raggiungere (e iniziai di colpo ad averne moltissimi) mi sembrò improvvisamente una passeggiata, una cosa di una banalità sconcertante. Iniziai a trovare soluzioni impreviste ai problemi, e a superarli d’un balzo, senza fatica.
Ottenni un piccolo prestito da una banca locale, e lo usai per aprire una minuscola ditta di import-export. Ma presto ebbi diverse filiali in diversi paesi. Poi acquistai fabbriche, società di servizi, assicurazioni, e infine alcune banche.
Non chiedermi come fu possibile raggiungere quel livello in soli tre anni: non lo so. Non fu totalmente programmato, perchè certe cose venivano di conseguenza: mi sembrava di essere alle prese con una grande matassa imbrogliata, con la quale molti si erano cimentati senza successo, mentre io avevo trovato il modo di sbrogliarla in un baleno.

Risolvevo il rebus della realtà per chilometri, mentre normalmente lo si fa a millimetri. Il livello superiore del mio pensiero era un’arma letale per qualsiasi concorrente. A quarantasette anni dominavo, a livello mondiale, il settore trasporti, le maggiori banche, il commercio delle materie prime e molti altri nodi fondamentali dell’economia.
A cinquant’anni divenni a tutti gli effetti un uomo pubblico, un consigliere globale per tutti i governi. O, da un altro punto di vista, possiamo dire che accadde che nessun governo potè più prendere decisioni senza aver tenuto conto di cosa io ne avrei pensato.
Come ora puoi ben vedere, sono passati altri lunghi anni. Adesso i governi nazionali sono ridotti a semplici parlamentini locali esecutori di ordini del governo centrale. E il governo centrale, diciamolo, sono io! Io possiedo o controllo le aziende, io tengo in pugno i politici, io ispiro le leggi, io decido i cambiamenti epocali. Io ho più potere di chiunque altro al mondo. Anzi, a ben guardare, io ho tutto il potere. Posso dire che il mondo è mio? Secondo te, posso dirlo?

Dicendo questo, scoppiò in una risata, dando una secca e fortissima pacca sulla spalla all’autista Carlo, che rimase praticamente immobile, abbozzando un timido sorriso di circostanza.

– Presidente, da quando Lei tiene le redini dell’economia mondiale, il mondo ha finalmente conosciuto la pace! – gridò Carlo col tono meccanico di un registratore rotto. Poi fece un passo indietro, stringendo gli occhi come per riprendere concentrazione, e iniziò a guardare l’orizzonte come fa uno che vede passare una nave molto al largo e tenta di scorgere le facce dei marinai.

– Certo, carissimo, è proprio così. Se qualcuno osa criticare la mia posizione dominante, non ha capito niente. Io governo il mondo perchè lo merito. Io domino perchè ho dimostrato di saperlo fare. E questo potere l’ho ottenuto con l’intelligenza, non con la forza. Perchè mai gli uomini dovrebbero governarsi da soli se io sono più bravo di loro?
Perchè dovrebbero decidere cose con la loro limitata intelligenza quando posso farlo io che ne possiedo una di tipo superiore? Il mio dominio è bene per l’umanità perchè io oggi sono la migliore espressione possibile dell’essere umano, non credi anche tu?

Carlo si era voltato per guardarlo, e aveva assunto una strana espressione indagatoria, un’espressione che non si addice, normalmente, ad un fedele ed umile servitore.

– Però, mi scusi se mi permetto, lei non pensa mai alla vecchiaia e alla morte? Prima o poi, anche Lei sarà chiamato al destino di tutti gli uomini. Siamo carne e sangue, tutti siamo carne e sangue.

– Certo che sì, ci penso, ma sono fiducioso. Troveremo nuove tecnologie che allungano la vita. Perfezioneremo i trapianti e le colture di tessuto umano in vitro, anzi, su questo siamo già molto avanti: il mio fegato è stato coltivato in vitro, sai? E’ come il fegato di un ventenne, adesso! E i miei polmoni sono stati ricostruiti efficacemente grazie a impianto di cellule staminali addestrate, ora ho la capacità respiratoria di un atleta.
E poi, anche se il corpo cedesse, siamo pronti con la tecnologia del backup cerebrale. La mia mente sopravviverà comunque, e sarà presto perfezionato e reso stabile il software che permetterà di far rivivere la mia mente all’interno di una rete di computer. Anche quando non avrò più il corpo, manterrò la mia coscienza e la mia intelligenza, compreso il senso dell’Io.
Non ho alcuna paura della morte, semplicemente perchè… io non morirò mai!

– Capisco, signore, capisco. – sussurrò Carlo, abbassando il capo.

La strana luce all’orizzonte apparve in quell’esatto istante.  Christo Joy Eviota e l’autista Carlo rivolsero istintivamente lo sguardo al cielo, che stava assumendo rapidamente un colore arancione vivido ed era pervaso da  una luminescenza strana, mai osservata prima. Nessuno dei due parlò.

La gigantesca palla di fuoco, che nessuno avrebbe mai più chiamato Asteroide 2002 NT7, si abbattè nel mare, a pochissimi chilometri da quella spiaggia.
Mentre l’onda anomala alta decine e decine di metri si alzava in mezzo a lapilli di fuoco e vapore, Carlo ebbe il tempo di dirigere lo sguardo verso Christo Joy Eviota, che continuava a guardare il mare attonito, paralizzato.
Improvvisamente il corpulento ed umile autista appoggiò le mani sulle ginocchia leggermente piegate e, sempre tenendo lo sguardo fisso su Christo, scoppiò fragorosamente e irresistibilmente a ridere.

Dieci secondi più tardi, tutto, ma proprio tutto, era finito.

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