Designer Outlet Serravalle: la non-città dello shopping

Non sappiamo più progettare e fondare le città per viverci, però vengono fondate le città dello shopping.
Il Designer Outlet Serravalle è una città costruita ex novo, di sana pianta, tendando di ricreare (vagamente ed inutilmente) l’atmosfera dei nostri borghi antichi e delle nostre città d’arte. Operazione quantomai vana e sciocca, quella di fondare una finta città italiana in Italia, ma tant’è, la gente accorre in questo finto borgo fatto come una scenografia cinematografica, con le case che hanno il piano terra adibito a negozio, ed il piano primo finto.

Il piano primo delle case del Serravalle Outlet è già di per sè la rappresentazione definitiva del luogo: è solo facciata, è solo immagine, solo apparenza. Dentro alle finestre, nessuna vita, nessuna cucina col televisore acceso, nessuna signora che stira, nessun ragazzo che studia.
Solo scenografia, simulacro inanimato, golem perfetto in perenne attesa di un’anima che non arriverà mai, perchè semplicemente non è prevista.

Mentre camminavo guardando il piano primo delle case, lentamente, ho iniziato ad immaginarlo abitato dai morti. Come a dire: c’è solo il lavoro e il consumo, quando non lavori e non consumi, sei morto.

Il Designer Outlet di Serrvalle è un grande, scenografico, pulitissimo, scintillante tempio dell’assurdo. Gli italiani che abitano in vere città d’arte e in deliziosi borghi medioevali, vi si recano come topini attirati dal formaggio, lasciando la vera bellezza dei loro borghi, della quale non sono consapevoli, per questa falsa bellezza imposta che ammicca con le sue griffes scontate e la sua aria pesante da Disneyland del consumo.

Qui si possono comprare , scontati del 30/40% , prodotti che sono sopravvalutati del 300/400%. La scarpa di Prada, MADE IN VIETNAM , a soli 180 euro. Un affarone! (Per la signora Prada, però, perchè 180 euro sono tre mesi di stipendio di un vietnamita!).
Ma queste sono bazzecole. Il prodotto, in fondo, non conta. Almeno, non conta in quanto prodotto, perchè ha valore solo come collettore di significanti. Il prodotto ha valore totemico, non importa se il totem è fatto in Cina o in Indonesia, o in Vietnam , per un valore industriale di cinque, dieci dollari. Il pellegrinaggio a questa Chiesa Del Bisogno Indotto è inderogabile. Abbiamo bisogno del prodotto-totem perchè è l’unico mezzo di comunicazione che ci è rimasto. Ci esprimiamo attraverso i prodotti, esistiamo attraverso di essi e attraverso i prodotti definiamo noi stessi.

Con i prodotti giusti, che possiamo prendere in questo non-luogo che è l’Outlet di Serravalle, possiamo definire il nostro non-essere, ovvero il nostro finto-essere costruito a tavolino. Compriamo e indossiamo il vestito come mezzo di comunicazione e lasciamo che sia lui a raccontare la storia di noi stessi. Una storia che non è la nostra storia, ma quella che qualcuno ha inserito nel prodotto-totem, caricandolo come una molla pronta a parlare di chi lo indossa.
O meglio, a mentire su chi lo indossa. E noi lasciamo volentieri che sia il prodotto a mentire per noi, tanto a lui non scappa neppure da ridere.

Ed è proprio assurdo che non ci scappi da ridere  (a me, invero, un pochettino sì, scappava) , mentre ci aggiriamo per questa finta città, in compagnia di tanti finto-belli, con tanti finto-vestiti di alta gamma, che abbiamo fatto 200 kilometri per venire, e manca sempre il numero giusto delle scarpe, e la taglia giusta dei pantaloni. Perchè Outlet vuol dire smaltire, e anche noi ci sentiamo un po’ spazzatura, smaltimento organico, e cerchiamo di non darlo a vedere, dandoci un tono, cercando di non pensarci a questo tarlo che un po’ ci rode dentro. Perchè, se in mezzo a tanta abbondanza mancano sempre il nostro numero e la nostra taglia, qualcosa vorrà pur dire.

Questo è uno dei posti dove, dopo aver lavorato tutta la settimana, i lavoratori italiani vanno a fare il loro secondo lavoro obbligatorio: il lavoro del consumatore. Scarpinano nei finti viali, con finti sorrisi di circostanza, e non si scambiano parola tra loro, perchè qui si viene per fare un lavoro, per espletare l’obbligo confessionale, non per cazzeggio.

Che poi, certo, visti qui, ammassati in certe pile, nei negozi che tentano inutilmente di non apparire tutti uguali, i capi firmati sembrano un po’ meno belli di quando li vediamo nelle boutique del centro città (la città, quella vera, quella dove abita la gente).
Ma no, in fondo , a guardarli bene sono proprio gli stessi bei vestiti (ovvero gli stessi stracci fatti fare dai poveracci del far east, per pochi spiccioli). Così scacciamo il pensiero, perchè è un pensiero pericoloso.
E’ un pensiero che ci sussurra che ad esser belli, forse, non sono quei vestiti tristi fatti sfruttando i poveracci per rivenderli ad altri poveracci un po’ più ricchi: ad esser belle per davvero sono le antiche vie della nostre città d’arte e dei nostri borghi. Quelle vere. Quelle che non siamo più capaci nè di costruire nè di apprezzare.

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